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Borse, lo spettro recessione fa crescere il pessimismo fra gli operatori

In un contesto di grande incertezza aggravata dall'invasione dell'Ucraina, il sentiment dei mercati sembra puntare con decisione in direzione ribassista con un'ipotesi sempre più probabile di ulteriore perdita di velocità dell'economia dell'eurozona a fronte di sempre maggiori pressioni inflazionistiche

di Corrado Poggi

(ANSA)

3' di lettura

(Il Sole 24 Ore Radiocor) - La frenata dell’economia e l’ulteriore balzo dell’inflazione provocata dall’invasione russa dell’Ucraina stanno condizionando sensibilmente il mood dei mercati azionari dove ormai prevale un atteggiamento di cautela se non di vero e proprio pessimismo circa le prospettive dei prossimi sei mesi. E’ quanto emerge dal sondaggio di aprile condotto da Assiom Forex fra i suoi associati in collaborazione con Il Sole 24 Ore Radiocor. Rispetto a un mese fa, sale infatti di 10 punti al 38% la percentuale di quanti vedono all’orizzonte ribassi che per il 2% potrebbero essere in doppia cifra. Scende di converso di ben 18 punti, dal 54% al 36%, il campione di quanti puntano su recuperi dei mercati (che per il 4% potrebbero essere in doppia cifra) mentre sale dal 18% al 26% la percentuale di quanti si attendono indici stabili. "Nonostante le speranze di un soft-landing o atterraggio morbido dell’economia, la maggior parte degli operatori finanziari interpellati nell’ultimo mese ha espresso un orientamento decisamente ribassista per quanto riguarda le previsioni sulla crescita dei mercati azionari per i prossimi sei mesi – spiega il presidente di Assiom Forex Massimo Mocio - Infatti, il sentiment prevalente sembra non poter più escludere una recessione, ormai considerata come una probabile conseguenza delle politiche monetarie messe in atto dalle principali banche centrali nel tentativo di contrastare un’inflazione più aggressiva del previsto. Tanto che la percentuale di chi crede che le Borse possano scendere o tutt’al più rimanere sui livelli attuali (64%) è quasi il doppio di quella che esprimono i contrarian che invece vedono all’orizzonte rialzi".

Cambi: 81% operatori vede euro stabile o in calo

La sempre più evidente divergenza fra le politiche monetarie di Stati Uniti ed Europa che ha già portato a un deciso indebolimento dell’euro nel corso delle ultime settimane promette di continuare a far sentire i suoi effetti sul mercato dei cambi nell’arco dei prossimi mesi. Secondo l’81% complessivo degli operatori, infatti, l’euro è destinato a rimanere sui valori attuali, ovvero attorno agli 1,05 dollari della quotazione odierna (è l’opinione del 49% di quanti hanno preso parte al sondaggio) o a registrare nuovi ribassi (32%). Solo il rimanente 19% vede invece spazio per una ripresa della moneta unica il cui destino appare strettamente legato alla tempistica del primo rialzo dei tassi di interesse Bce. Al momento tuttavia, mentre la Fed ha appena alzato nuovamente i tassi di 50 punti base portandoli fra lo 0,75% e 1%, la Bce sta seguendo il processo di prima terminare gli acquisti netti per poi alzare il costo del denaro nel corso del terzo trimestre.

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Per il 65% lo spread resterà fra 150 e 200 nei prossimi mesi

Nonostante lo sforamento di quota 200 punti registrato oggi in avvio di scambi, lo spread fra il Btp a 10 anni e il bund di analoga durata è destinato a rimanere fra i 150 e i 200 punti base. Sulla scia delle tensioni di queste settimane, sale tuttavia dal 6% di marzo all’attuale 14% la percentuale di quanti prevedono un superamento duraturo di quota 200 punti riflettendo l’attesa di una stretta delle condizioni di finanziamento alla luce della strategia di normalizzazione della politica monetaria Bce con fine degli acquisti netti di titoli di stato. Scende di converso dal 28% al 21% il campione di quanti vedono un possibile restringimento del differenziale sotto la soglia dei 150 punti base.

Maggioranza operatori vede primo rialzo tassi a settembre

Nonostante la continua corsa al rialzo dell’inflazione e il rapido ritiro della politica monetaria ultra-accomodante negli Stati Uniti dove i tassi sono già stati riportati fra lo 0,75% e l’1%, nell’eurozona si potrebbe dover aspettare settembre prima di vedere il primo ritocco in oltre un decennio al costo del denaro. Secondo questa maggioranza, infatti, il consiglio direttivo Bce, in un contesto di grande incertezza su cui pesa la guerra in Ucraina, potrebbe decidere di non alzare subito i tassi dopo la fine degli acquisti netti di asset per evitare di soffocare una ripresa dell’economia già in chiara difficoltà. Secondo il rimanente 46% invece la Bce agirà già a luglio perché la corsa sfrenata dell’inflazione non permette di attendere oltre pena il rischio di un disancoraggio delle attese di inflazione.


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