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Borse: Trump, Fed, Bce, utili aziendali. Chi muove i mercati

di Vittorio Carlini

(AP)

5' di lettura

Quali sono i reali market mover di Borsa? C’è la staffetta tra la «Trumponomics» e gli utili aziendali? Nella scorsa nottata sono arrivati i dati trimestrali di alcuni grandi gruppi tecnologici di Wall Street. I profitti di Amazon sono, nel primo trimestre del 2017, saliti del 41 per cento. Alphabet, casa madre di Google, dal canto suo ha visto gli utili crescere del 29% mentre quelli di Microsoft sono aumentati del 28 per cento. Insomma: il conto economico di queste società hi-tech è stato più che positivo. Tanto che in molti scommettono sul passaggio di testimone tra la «Trumponomics» e i fondamentali delle aziende. L’impostazione è corretta?

I conti aziendali
Per capirlo bisogna analizzare un po’ più a fondo la situazione. I recenti numeri delle trimestrali, così come pubblicati da Thomson Reuters, indicano che i risultati sono migliori delle attese. Gli utili delle società Usa (tra valori reported e stime), tra inizio gennaio e fine marzo, crescono dell’11,2 per cento. Non solo: circa i due terzi dei gruppi che hanno pubblicato il bilancio hanno battuto le stime. Di conseguenza, anche a fronte delle ultime trimestrali hi-tech descritte, pare logico vedere nei fondamentali societari un sostegno ai corsi di Wall Street.

Le variabili economiche...
Sennonchè bisogna fare alcune considerazioni. In primis, va ricordato, le previsioni sui profitti societari variano nel tempo. Non di rado, proprio in prossimità della pubblicazione delle trimestrali, le stime come per «incanto» si abbassano. Con il che riuscire a superarle diventa più facile. Non solo. Analizzando poi i numeri nel dettaglio, si scopre che i settori in cui gli utili hanno fatto il maggiore salto sono i finanziari e l’«energy». Ebbene: le prospettive di questi due comparti non sono così folgoranti come apparivano solo qualche tempo fa. Il prezzo del petrolio, «dominus» dei profitti nell'Oil&Gas, ha di recente ridotto l’abbrivio. Di conseguenza, al di là del primo trimestre, fare ottimistiche previsioni sul resto dell’anno è più difficile. Così come bisogna contenere gli eccessi di ottimismo rispetto ai titoli finanziari. L'attuale calo delle previsioni sull’inflazione, da un lato, sarà un freno al rialzo dei tassi di mercato; ma, dall’altro, potrà limitare il margine d'interesse delle banche. Insomma: gli utili aziendali paiono in salute. Ma non è certo che possano, da soli, sostenere il rally negli Usa. Anche perchè, rispetto ad essi, l’S&P 500 è sopravvalutato. Il P/e di Shiller è il 76% oltre la sua media storica. Certo, come ricordano molti, c'è stato un re-rating dei multipli del listino. E, però, questo si giustifica anche, e soprattutto, con le aspettative legate alla «Trumponomics». La quale, come si è visto anche nell’occasione delle ultime indicazioni da parte dell’ ex presentatore di «The apprentice», sembra perdere colpi.

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...e quella politica
Ma non sono sole boutade di Trump o i profitti aziendali. Rilevante, soprattutto in Europa, resta la variabile politica. Al di là della Francia (dove, salvo sorprese sempre possibili, Macron permetterà di “comprare” altro tempo) nel 2017 ci sono le elezioni in Germania. Cui seguiranno, salvo anticipi sempre possibili, le politiche in Italia nel 2018. Già, l'Italia. Tra gli operatori non si parla troppo del Belpaese. E, tuttavia, noi rimaniamo un market mover. Un po’ come un fiume carsico il tema dell’Italia sparisce per, poi, riapparire nei radar degli investitori. I motivi? Tra gli altri uno: allo stato dell’arte, soprattutto con le elezioni anticipate, il rischio è di trovarsi in uno «scenario spagnolo». Cioè: nessun partito avrebbe la maggioranza per formare il Governo. Certo! Potrebbe crearsi una coalizione. E, però, in un Paese con la nostra «asfittica» congiuntura e il debito oltre il 130% del Pil la situazione sarebbe comunque difficile.

Inflazione, Bce e Fed
Fin qui la variabile politica. Gli investitori, tuttavia, guardano ad un altro market mover: l’indice dei prezzi al consumo in Europa. Non tanto, o non solo, quale indizio per comprendere le dinamiche economiche dell’Ue. Bensì, soprattutto, per capire gli spazi di manovra di Mario Draghi. In particolare rispetto al Qe. Come è noto la Banca centrale ha l’obiettivo di mantenere l'inflazione vicino, ma inferiore, al 2%. Ebbene: ieri il presidente della Banca centrale europea ha indicato che, seppure la crescita in Europa ci sia, manca all’appello proprio l’inflazione. Insomma: non c’è motivo per cambiare, allo stato attuale, la politica monetaria. La quale resterà ancora ultra espansiva. L’impostazione, tuttavia, è contrastata dalla Germania. Il ministro delle finanze di Berlino Wolfang Shauble, nei giorni scorsi, aveva detto che la Bce «incoraggia un’eccessiva assunzione di rischi, un senso di autocompiacimento politico, una cattiva allocazione di capitali e bolle sui prezzi degli asset». Ieri Draghi gli ha risposto, seppure indirettamente. Ma è chiaro che la battaglia su come, e quando, rialzare i tassi e limitare il Qe andrà avanti nel tempo.

Così come prosegue, tornando negli Usa, il confronto tra la Federal Reserve e il mercato. Dalle indicazioni del Fomc parrebbe che l’Istituto federale abbia intenzione di realizzare, nel 2017, due ulteriori rialzi dei tassi. Il mercato, tuttavia, ne sconta solo uno. Il motivo? La previsione di una crescita piuttosto anemica del Pil statunitense. Oggi si saprà come è andato il primo trimestre. In generale, tuttavia, la scommessa degli operatori è per una dinamica debole che, di conseguenza, consegni alle Borse una Fed più accondiscendente. Meno vogliosa di strette monetarie che possano dare fastidio alle quotazioni.

Le strategie dei robot trader
Quelle quotazioni che, a fronte del «dominio» degli algoritmi, sono diventate, almeno nel breve periodo, esse stesse nuovi market mover. Cioè: nel momento in cui la percentuale di scambi gestita da robot trader (70% dei volumi globali) è così elevata le strategie quantitative (basate su livelli di prezzi e correlazioni) cui fanno riferimento diventano il riferimento del mercato. Sono i «nuovi» fondamentali senza, però, esserlo realmente.

Insomma: i market mover da seguire sono molteplici. Seppure alcuni sostengono anche un’altra tesi, più «spiazzante». La realtà è che, almeno sul breve periodo, tutti questi elementi paiono più una giustificazione ai flussi di capitale in cerca di rendimento che una concreta motivazione. Vale a dire: la Bce, La Fe, la «Trumponomics» sono narrazioni importanti. E, tuttavia, il vero motore, nell’era dei tassi a zero e dei flussi di investimenti definiti da strategie quantitative ( «risk on» o «risk off»), è costituito dalle strategie stesse che, di volta in volta, si giustificano con quella o quell’altra motivazione. Davvero si vuole credere che il mercato non sapesse che il Presidente Usa Donald Trump avrebbe incontrato difficoltà a realizzare il suo libro dei sogni?

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