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Botto Poala: «Uniti per tutelare la filiera, dall’energia ai talenti»

Il neo presidente di Confindustria Moda pone l’accento su green e formazione. Nel 2022 la domanda forte sta sostenendo i conti, ma sull’intera filiera pende l’incognita dei costi

di Marta Casadei

A settembre. A Milano tornano le fiere di pelletteria e calzature e le sfilate. Qui sopra, quella di febbraio di Giorgio Armani, della collezione autunno-inverno 2022-23

I punti chiave

  • Sostenibilità, digitale e formazione sono tre sfide chiave per il settore moda
  • Il fatturato 2022 recupererà i livelli 2019 ma l’incognita costi pesa sulla redditività
  • Il settore tessile moda accessori deve superare divisioni interne e presentarsi unito

3' di lettura

«La diversità è la forza del made in Italy, ma in questo momento critico è necessario mettere da parte gli interessi particolari per affermare la competitività del sistema moda italiano a livello internazionale. Ormai i giochi, su molti fronti come quelli della digitalizzazione e della sostenibilità, si fanno a livello europeo dove l’industria italiana della moda pesa moltissimo, ma deve presentarsi compatta». Per esprimere l’elemento chiave dell’approccio di Ercole Botto Poala, imprenditore tessile con Reda e già presidente di Milano Unica (2016-2020), basterebbe dire che l’unione fa la competitività. Lo racconta nella sua prima intervista dopo la nomina a presidente di Confindustria Moda, federazione di cui era già vice presidente.

Comincia il suo mandato in un momento difficile tra costi di produzione in salita, crisi di Governo, guerra. Quali le sfide più urgenti per le aziende della moda?

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I temi sul piatto sono molti: dai costi dell’energia all’inflazione. Temi diversi che rischiano di mettere in contrapposizione le parti sociali dimenticando che, invece, si tratta di sfide comuni. Dobbiamo fare sistema: in questo momento c’è molta richiesta di prodotti italiani, ma questa incapacità culturale di fare squadra ci rende poco credibili. Come è accaduto, per esempio, con la crisi di Governo.

Il cambio euro-dollaro favorisce le esportazioni che già nella prima parte dell’anno hanno trainato il fatturato di settore a +16% sul 2021. Cosa ci dobbiamo aspettare?

È un momento positivo per il settore moda in termini di volumi: c’è stata una ripresa convinta. Ci sono però troppe incognite all’orizzonte che non permettono agli imprenditori di capire, per esempio, quale sarà il prezzo finale del prodotto. O quale sarà la reazione del consumatore all’aumento del costo della vita. Quindi se a livello di fatturato probabilmente recupereremo i livelli 2019 ( circa 100 miliardi di euro per il Tma, ndr), la redditività sarà inferiore. Da qui la necessità, ancora una volta, di presentarsi uniti per chiedere supporto al sistema creditizio.

Tra gli asset del sistema moda italiano c’è sicuramente l’attenzione alla sostenibilità. Pensa che in qualche modo la pandemia e i suoi effetti abbiano dato la spinta decisiva alle imprese?

Sicuramente la pandemia ci ha mostrato quanto sia meglio arrivare preparati per non subire gli eventi. Un esempio: oggi tutti vogliono installare impianti fotovoltaici per autoprodurre energia, ma i tempi e i costi sono ovviamente dilatati rispetto al passato. Credo che in futuro non ci sarà azienda competitiva che non sia sostenibile, ma c’è un limite legislativo: nessuno ha mai dato una definizione di azienda sostenibile. Questa è una delle battaglie che si terranno a Bruxelles e che dobbiamo affrontare uniti perché la definizione di sostenibilità sia la più simile possibile a quella che le aziende della filiera made in Italy portano avanti da anni.

Tra le sfide da lei citate c’è quella della digitalizzazione. Anche in questo caso si tratta di una rivoluzione culturale...

Il futuro è delle aziende che hanno una cultura dei dati. E il nostro compito, come federazione, è quello di far arrivare questo messaggio non tanto ai grandi gruppi, ma alle 15mila piccole e medie imprese socie. La mia idea è incontrarsi una volta al mese con le associazioni che presidiano i territori, e una volta alla settimana con i direttori, per far arrivare questo messaggio alla base.

Tra le incognite all’orizzonte c’è quella della forza lavoro specializzata, viste le decine di migliaia di pensionamenti previsti a breve. Il Governo si è mosso con la riforma degli Its, voi cosa farete?

La formazione è un tema chiave e ogni settore ha le proprie esigenze ovviamente. Ci sono le academy aziendali, gli Its attivi sul territorio e che hanno un tasso di occupazione post diploma di oltre il 90 per cento. A mio parere il nostro compito è attrarre talenti nazionali e internazionali, giovani che oggi vivono “connessi”. Questo implica, per esempio, un cambio di approccio da parte dell’imprenditore: l’offerta di lavoro in sé non basta, bisogna capire, facendo uno sforzo d’immaginazione proiettato verso il futuro, come rendere la propria azienda e il settore in cui opera appetibili agli occhi delle nuove generazioni. Del resto più la tecnologia avanza più c’è bisogno di persone competenti che sappiano utilizzarla al meglio.

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