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Bp promette zero emissioni nette nel 2050 (ma non dice come)

Il nuovo ceo Bernard Looney si impegna a traguardi ambiziosi nella lotta al climate change, occupandosi anche della CO2 emessa dagli automobilisti che usano carburanti Bp. Per i dettagli della strategia si dovrà comunque attendere

di Sissi Bellomo


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(REUTERS)

2' di lettura

Bp ha aperto il libro dei sogni, promettendo un futuro a zero emissioni nette: un traguardo notevole per una società il cui core business è la produzione di idrocarburi e che la pone un passo avanti rispetto a qualsiasi altra major petrolifera.

La svolta verde è stata annunciata dal nuovo ceo Bernard Looney ad appena una settimana dal suo insediamento ed è clamorosa, benché povera – almeno per il momento – di dettagli operativi.

L’obiettivo della compagnia britannica è eliminare o compensare entro il 2050 non solo i gas serra che immette direttamente in atmosfera attraverso le sue operazioni, ma anche quella che dipendono dal consumo finale degli idrocarburi che produce. Oggi come oggi si tratta nel complesso di ben 415 milioni di tonnellate l’anno equivalenti anidride carbonica.

A livello globale il settore dell’energia ha emesso l’anno scorso 33 miliardi di tonnellate di CO2 secondo l’Aie, volumi invariati rispetto al 2018 nonostante l’economia sia cresciuta.

«Abbiamo bisogno di una transizione rapida verso l’azzeramento delle emissioni nette» ha detto Looney. «Tutti vogliamo energia affidabile e conveniente, ma questo non è più sufficiente, bisogna che sia anche più pulita». Per questo motivo Bp promette di «cambiare profondamente».

La compagnia britannica ha preso anche l’impegno di ridurre del 50% la «carbon intensity» (emissioni di anidride carbonica per unità di energia) dei prodotti che si limita a rivendere, ad esempio aumentando la distribuzione di biocarburanti o magari idrogeno: un’assunzione di responsabilità verso le cosidette emissioni «Scope 3», di cui ben poche società per ora si sono fatte carico.

Tra le petrolifere anche Royal Dutch Shell, Total ed Equinor le hanno prese in considerazione nelle proprie strategie verdi, ma Bp è complessivamente più ambiziosa nei suoi obiettivi. Solo la spagnola Repsol punta, come la società britannica, ad azzerare le emissioni nette entro il 2050 (un’impresa che stima le costerà oltre 5 miliardi di dollari). Ma Repsol è più piccola e meno ramificata di Bp, dunque ha emissioni più limitate, che in gran parte prevede di poter compensare piantando alberi e sviluppando progetti per la cattura e il sequestro di CO2.

Bp non ha ancora detto nulla su come intende raggiungere i suoi obiettivi: darà qualche dettaglio in più a settembre, quando presenterà il nuovo piano industriale. Ma Looney ha già dichiarato di voler investire sempre di più in tecnologie più pulite.

Addirittura ha affermato che la produzione di petrolio e gas di Bp «col tempo declinerà gradualmente », per effetto della redistribuzione degli investimenti, anche se «molto probabilmente» le attività di estrazione e raffinazione non saranno cessate nel 2050.

Benché caute, sono affermazioni che finora nessuna compagnia petrolifera aveva mai fatto. Almeno, non in questi termini.

Il problema è che Bp non sembra avere progetti concreti e immediati per raggiungere i suoi obiettivi. L’unico piano a breve – comunque importante – è quello di installare sistemi di misurazione delle fughe di metano in tutti i suoi impianti entro il 2030, in modo da ridurne le emissioni, molto pericolose per l’atmosfera.

A complicare la sfida, Bp ha assicurato anche di voler continuare «nel lungo termine» a proteggere i dividendi e ribadito gli obiettivi sulla generazione di cassa.

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