REDDITO D’IMPRESA

«Branch», il consolidato resiste

di Giacomo Albano

(Fotogramma)

3' di lettura

Il trasferimento di una partecipazione di controllo dal patrimonio della stabile organizzazione in Italia al patrimonio della casa madre estera (Ue) non incide sulla continuazione del regime del consolidato fiscale nazionale tra la stabile italiana del soggetto estero e la controllata residente e tantomeno impone obblighi di comunicazione verso l'amministrazione finanziaria. Il chiarimento arriva dalla risoluzione n. 25/E emanata ieri, in risposta ad un'istanza di interpello presentata da un gruppo bancario francese, che ha analizzato gli effetti delle recenti modifiche alla disciplina del consolidato fiscale nazionale introdotte dal decreto internazionalizzazione. Prima delle modifiche del Dlgs 147/2015, la stabile organizzazione italiana di un soggetto non residente poteva aderire al consolidato nazionale solo in qualità di consolidante e soltanto se il suo patrimonio comprendeva la partecipazione in ciascuna delle società consolidate.

Il nuovo comma 2 dell'articolo 117 del Tuir stabilisce, invece, che i soggetti non residenti possono esercitare l'opzione in qualità di controllanti ed a condizione: di essere residenti in Paesi con i quali è in vigore un accordo per evitare la doppia imposizione; di esercitare nel territorio dello Stato un'attività d'impresa mediante una stabile organizzazione che assume la qualifica di consolidante.

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La Risoluzione 25/E/17 dell'agenzia delle Entrate

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Inoltre, i nuovi commi 2-bis e 2-ter dell’articolo 117 consentono l'esercizio dell'opzione per il consolidato fiscale nazionale tra società “sorelle” residenti in Italia, se controllate - direttamente o indirettamente - da una controllante comune Ue (cosiddetto consolidato orizzontale). Nel perimetro di consolidamento – inoltre - possano rientrare, in qualità di controllate, anche le stabili organizzazioni in Italia di società non residenti. Pertanto, la nuova formulazione della norma sul consolidato nazionale “ordinario” (articolo 117, comma 2) implica che la stabile organizzazione di un soggetto residente in un Paese “collaborativo” possa assumere la qualifica di consolidante anche se le partecipazioni delle controllate italiane non sono comprese nel patrimonio della stabile organizzazione. Il nuovo approccio è coerente con la nuova disciplina delle stabili organizzazioni che chiarisce l'inesistenza del principio della “forza di attrazione” della stabile, il cui reddito va determinato tenendo conto dei proprio rischi, funzioni ed asset (cosiddetto functionally separate entity approach coerente con le indicazioni Ocse).

La fattispecie da cui origina la risoluzione riguarda una banca francese con una stabile organizzazione in Italia che fino al 2014 consolidava fiscalmente alcune società residenti in Italia, tutte incluse nel patrimonio della stabile. La banca francese intendeva trasferire la partecipazione detenuta in una delle proprie controllate italiane dal patrimonio della stabile italiana al patrimonio della casa madre. Poiché tale fattispecie non è espressamente disciplinata dal provvedimento del direttore delle Entrate del 6 novembre 2015, l'istante ha chiesto se la fuoriuscita dal patrimonio della stabile incidesse sulla continuazione del regime di consolidato fiscale con la propria controllata e se facesse sorgere obblighi di comunicazione nei confronti dell’Amministrazione.

Le Entrate hanno confermato che, essendo venuto meno l'obbligo di inclusione nel patrimonio della stabile, non si verifica alcun effetto interruttivo a seguito del trasferimento di una partecipazione di una società consolidata dal patrimonio della stabile al patrimonio della casa madre. Non può infatti ritenersi necessario, per la prosecuzione di consolidati già in essere alla data del Dlgs 147/2015, un requisito (l'inclusione nel patrimonio della stabile) non più richiesto per i “nuovi” consolidati, tanto più se si considera che tale requisito è stato eliminato in conformità alle indicazioni della Corte di giustizia (sentenza del 12 giugno 2014).

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