nuovo scenario

Il coronavirus avanza in America Latina: i governi chiudono ma non fanno rete. Bolsonaro contro «l’isteria da virus»

Il presidente brasiliano: «Molti virus hanno ucciso ben più di questo» ma i governatori in rivolta impongono la quarantena. Il coronavirus avanza (seppure lentamente stando ai dati ufficiali) in tutta l’America Latina

di Roberto Da Rin


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Un murales a Rio de Janeiro ritrae il presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, con la maschera antivirus

4' di lettura

Un’illusione durata molte settimane, quella carezzata in America Latina. Pochi contagi e nessuna emergenza nazionale. Lo scenario è cambiato negli ultimi dieci giorni, l’allarme c’è, eccome. Tuttavia ciascun Paese, data l’estensione del continente, vive situazioni diverse e adotta provvedimenti e strategie nazionali. Nessun coordinamento a livello regionale. Il Brasile, gigante geografico ed economico, è sotto i riflettori più degli altri: il presidente Jair Bolsonaro minimizza la pandemia causata dal coronavirus, non vuole «chiudere» i brasiliani in casa, e per questo è in aperta polemica con i governatori.

Brasile, Bolsonaro contrario alla quarantena
La linea di Bolsonaro non è improntata al rigore, quella dei governatori di San Paolo e Rio de Janeiro, sì. Il presidente ha attaccato, nelle ultime ore, la linea allarmistica, spiegando che «molti virus hanno ucciso ben più di questo, senza suscitare nessun clamore». I morti in Brasile sarebbero saliti a 57, i contagi a 2.433. Si tratta ovviamente di numeri da valutare con estrema attenzione, senz’altro sottostimati. Il Paese ha una estensione geografica pari a 27 volte quella dell’Italia e la capillarità dei controlli, è una chimera. Lo è per molti Paesi europei, per il Brasile ancora di più.
Bolsonaro ritiene che il sistema economico del Paese non possa essere messo in quarantena, le priorità sono altre, quelle produttive.
I governatori sono invece allarmati proprio in ragione dell’estensione delle megalopoli, San Paolo e Rio, dove la diffusione dei contagi può diventare esponenziale e pericolosissima.

Il Cile rimanda il referendum sulla Costituzione
Il Cile è un altro Paese latinoamericano che vive una doppia emergenza, quella del Covid-19, con strutture sanitarie pubbliche assolutamente inadeguate e la grave crisi politica ed economica iniziata lo scorso ottobre con una ventina di morti di piazza. I contagi sono attorno a quota 1.000 e il presidente Sebastian Pinera ha dichiarato lo stato di emergenza per 90 giorni, oltre al coprifuoco notturno, dalle 22 alle 5.
Polemiche roventi in merito alla sua decisione di spostare al 25 ottobre prossimo il referendum costituzionale, quello che avrebbe dovuto riscrivere la costituzione in vigore, sostanzialmente identica a quella vergata dal dittatore Augusto Pinochet.

Argentina in emergenza, ma niente esercito in piazza
L'Argentina pareva sfiorata dal dramma del contagio ma, al di là dei dati ufficiali, che parlano solo di una decina di morti e circa 400 contagi ha deciso di adottare misure più stringenti senza però utilizzare l’esercito. La presidenza di Alberto Fernandez ha scelto, con un’operazione di comunicazione politica contestata dall’opposizione, di non rievocare lo spettro della consegna di poteri alle Forze Armate, come accadde nel 1976. Anno in cui iniziò una dittatura durata fino al 1983.
Mano dura in Perù, dove il presidente Martin Vizcarra ha rivelato di aver arrestato 16mila cittadini per non aver rispettato l’isolamento sociale obbligatorio imposto dal governo lo scorso 16 marzo per fermare la diffusione del virus.

Ora è il Messico a volersi isolare dagli Usa
Il Messico di Andres Manuel Lopez Obrador impiega Esercito e Marina, ma solo per fornire aiuti alle popolazioni più in difficoltà e ora, con una scelta politica di forte impatto mediatico chiede la riduzione degli scambi commerciali con gli Stati Uniti. Un paradosso e una provocazione, dato che fino a pochi mesi fa era Donald Trump a ridurre drasticamente la cooperazione economica bilaterale. I morti registrati sono meno di una decina ma anche qui i dati non sono attendibili.

A Cuba turisti bloccati negli hotel
Infine Cuba, l'isola caraibica in piena crisi economica ed energetica, determinata dalla riduzione di greggio che il Venezuela invia ogni mese a L’Avana, ha adottato misure restrittive e imposto ai turisti di non uscire dagli hotel. L’invio di 52 medici cubani in Italia è stato annunciato con molta enfasi, come a ribadire , a livello internazionale, la capacità cubana di fronteggiare le emergenze sanitarie.

Bolivia, stato di emergenza sanitaria
La presidente ad interim della Bolivia, Jeanine Anez, ha dichiarato ieri sera uno stato di emergenza sanitaria che entra in vigore oggi su tutto il
territorio nazionale. Lo riferisce il portale di notizie Erbol. La misura, ha indicato Anez, motivata dal poco rispetto da parte della popolazione della quarantena disposta dalle autorità sanitarie, rimarrà in vigore fino al prossimo 15 aprile. Ieri sera erano stati ufficializzati sette nuovi contagi, con un totale generale salito a quota 39. La più severa delle misure previste dal provvedimento riguarda che i boliviani, fra i 18 ed i 65 anni, potranno uscire di casa una volta la settimana, da lunedì a venerdì e fra le 8 e
le 12, per provvedere agli acquisti dei generi di prima necessità, alimentari e medicine, in una rotazione regolata dall'ultimo numero del documento di identità. Sabato e domenica sarà invece proibita ogni uscita da casa.
Stop alla circolazione dei veicoli pubblici e privati, con l'eccezione di quelli delle forze di sicurezza e della sanità, ed un inasprimento delle multe per i trasgressori.

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