LA DIFESA

Bresaola, i produttori: in calo l’import dal Sudamerica

Delle 200mila tonnellate al mese di carne bovina solo lo 0,5% è destinato al consorzio: ampliati gli accordi di filiera con gli allevamenti in Francia e in Italia

di Micaela Cappellini

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Claudio Palladi. È vicepresidente del Consorzio di tutela della bresaola della Valtellina e amministratore delegato di Rigamonti

Delle 200mila tonnellate al mese di carne bovina solo lo 0,5% è destinato al consorzio: ampliati gli accordi di filiera con gli allevamenti in Francia e in Italia


4' di lettura

Sedici imprese, 13mila tonnellate di prodotto ogni anno, 1.400 addetti. Più tutto l’indotto che ha saputo generare in Valtellina: dal turismo - raddoppiato negli ultimi dieci anni - al vino in abbinamento, dal rilancio dei formaggi locali al neonato consorzio dei pizzoccheri. È l’economia della bresaola, forse l’attività produttiva più significativa di una valle dove non sempre è facile fare business. Dove l’unica ferrovia è monorotaia e di autostrade non ce n’è nemmeno un chilometro. Secondo i dati Assica, oggi la produzione di questo salume vale intorno ai 280 milioni di euro all’anno e per l’80% è nelle mani di quattro grandi aziende: Rigamonti, Beretta, Citterio e Pini.

Dell’andamento dei consumi il consorzio - che quest’anno ha compiuto 20 anni - non può che essere contento: sono quattro anni che gli acquisti crescono ad andatura fissa, intorno al 3% ogni volta. E secondo l’ultima indagine commissionata alla Doxa, ormai mangiano bresaola sette italiani su dieci. Eppure, ci sono tre questioni che ancora turbano il sonno ai produttori. Una riguarda i dazi, un’altra l’aumento del costo della materia prima. E la terza è l’insieme delle polemiche attorno al peso della bresaola nel deforestamento dell’Amazzonia.

Claudio Palladi, vicepresidente del Consorzio (nonché amministratore delegato di Rigamonti, una delle aziende più chiamate in causa su questo tema), si dice amareggiato: «I produttori di bresaola della Valtellina sono stati bersaglio di informazioni errate. La nostra migliore risposta sono i numeri. Il Sudamerica esporta nel mondo 200mila tonnellate al mese di carne bovina: di questi, solo lo 0,5% è destinato al consorzio della bresaola. Significa che la bresaola è la giustificazione dello 0,2% soltanto di tutta la produzione sudamericana di carne bovina. Come si può sostenere che la deforestazione dell’Amazzonia sia colpa della bresaola?Tra l’altro -aggiunge il vicepresidente del consorzio - sono 30 anni che importiamo la carne per fare la bresaola dal Sudamerica, e in tutto questo tempo il flusso di import non è aumentato: anzi, semmai è diminuito».

La ragione di questo calo è che ultimamente i produttori del consorzio hanno ampliato gli accordi di filiera con gli allevamenti in Francia e in Italia, in modo da sostituire una parte di fornitura sudamericana con fonti europee. Ma tutto questo i produttori non lo fanno perché hanno la coda di paglia: «La nostra miglior difesa - ci tiene a specificare Palladi - è la nostra disponibilità a fornire tutte le informazioni in maniera trasparente. Non abbiamo motivo di cambiare i nostri fornitori, per la semplice ragione che sono tutti certificati. E non possiamo nemmeno smettere di acquistare dal Sudamerica, perché non sapremmo dove trovare altrettanta materia prima: se smettessimo, finiremmo col produrre solo un quinto della bresaola che facciamo oggi». Anche il prezzo non c’entra niente con la scelta di rifornirsi in America Latina: «La carne di bovino brasiliana - chiarisce Palladi - costa tanto quanto quella polacca, se non di più».

Proprio i costi delle materie prime, però, sono un altro grande cruccio dei produttori della Valtellina. Perché oggi non c’è solo il problema della peste suina in Cina, che ha stravolto il mercato della carne di maiale con rincari fino al 40%: «In Asia - racconta Palladi - il consumo di carne bovina sta crescendo a ritmi sostenuti. Delle 200mila tonnellate che ogni mese il Sudamerica esporta, il 60% ormai prende la via dell’Asia, in primo luogo quello della Cina, e solo il 5% è destinato all’Europa. Con una domanda così, è chiaro che anche il prezzo della materia prima si stia impennando. Soltanto rispetto a cinque mesi fa, oggi paghiamo la carne il 25% in più. E la materia prima incide per ben il 70% sul prodotto finito».

Alternative al rifornimento dal Sudamerica? Oggi non ce ne sono molte. «In futuro potrebbe essere l’Africa - ipotizza Palladi - soprattutto per i consumi destinati all’Asia». L’Europa, invece, può sì aumentare la produzione di carne, ma non più di tanto: «In Europa oggi i produttori del consorzio della bresaola recuperano solo il 30% della materia prima. La maggior parte della produzione di carne bovina del Vecchio continente, infatti, serve per rifornire il comparto del fresco. Senza contare che quasi tutte le filiere bovine in Europa, e ancora di più in Italia, sono per il latte e non per la carne». Eppoi, dei 400 chili di una mucca, ai produttori di bresaola serve solo un taglio preciso, la punta d’anca, che pesa solo 12 chili: «Lo paghiamo bene - dice Palladi - ma compriamo solo quel pezzo lì».

Ad oggi dunque il distretto si regge sulle forniture extra-europee, prevalentemente sudamericane. «Peccato che importare dall’America Latina sia molto costoso - ricorda il vicepresidente del consorzio - un po’ perché ci sono i dazi del 20%, e un po’ perché i licenziatari per l’importazione sono contingentati e i loro servizi ci costano un altro 10%». L’accordo di libero scambio col Mercosur? «Potrebbe avvantaggiare i produttori della Valtellina - dice Palladi - se solo si potesse distinguere tra carne importata per il consumo diretto e carne importata per fare la bresaola: nel primo caso, infatti, la Ue potrebbe tutelare i produttori europei definendo le quote, mentre nel secondo caso potrebbe lasciarci più libertà di approvvigionamento».

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