Grandi restauri.

Brescia, le ali della Vittoria

Importanti risultati del recupero del bronzo romano simbolo della città. Che ora verrà collocato nell’antico «Capitolium»

di Marcello Barbanera

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Importanti risultati del recupero del bronzo romano simbolo della città. Che ora verrà collocato nell’antico «Capitolium»


4' di lettura

Il 20 luglio 1826 a Brescia si verificò una sensazionale scoperta archeologica: in una intercapedine tra il lato ovest dell’imponente Capitolium dell’età di Vespasiano (69-79 d.C.) e le pendici del colle Cidneo fu ritrovato un ammasso di bronzi composto da ritratti, decorazioni architettoniche, pettorali di statue equestri e da una superba statua bronzea di Vittoria alata , alta quasi due metri. Questi preziosi materiali si datano tra il I e il III sec. d.C. ed è verosimile che furono nascosti intenzionalmente per preservarli dalla distruzione. La Vittoria , rinvenuta con le ali e le braccia staccate, divenne subito orgoglio e simbolo di Brescia e, una volta compiute le integrazioni - uno scudo appoggiato al ginocchio sinistro, un cesello con cui ci scrive sopra e un elmo sotto il piede sinistro -, fu esposta nell’allora Museo Patrio, istituito in seguito alla scoperta.

Il museo

Nel 1834, l’archeologo Giovanni Labus curò il restauro della statua: fece riagganciare le ali tramite i fori e le sporgenze posti sulla schiena e attaccare le braccia originali tramite un’armatura metallica interna. La Vittoria è sempre stata al suo posto nel museo, salvo quando fu messa al sicuro fuori Brescia durante la prima e la seconda guerra mondiale e, alla fine degli anni 40, portata a Roma all’Istituto Centrale del Restauro. Nel 1998 venne trasferita al nuovo museo allestito nel complesso di Santa Giulia.

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Dopo vent’anni circa, la Vittoria è stata portata all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, uno dei centri di eccellenza del restauro in Italia e nel mondo, dove è stata sottoposta, sotto la guida di Marco Ciatti e Anna Patera, a indagini diagnostiche e a un intervento di restauro esemplare, che ha previsto anche la sostituzione del dispositivo di sostegno di ali e braccia ottocentesco con uno nuovo, frutto di alta progettazione e tecnologia.

Come previsto dal progetto, coordinato da Stefano Karadjov e Francesca Morandini per Fondazione Brescia Musei, la statua verrà a metà novembre ricollocata nell’aula orientale del Capitolium, in un suggestivo allestimento dell’architetto Juan Navarro Baldeweg, che richiama il contesto in cui la statua fu ritrovata ed evoca quello che era un oggetto essenziale per la sua iconografia: lo scudo.

L’eccezionalità della Vittoria alata di Brescia, dovuta all’effettivo stato di conservazione e alla qualità artistica, va misurata anche su un altro parametro: la rarità dei bronzi giunti dal mondo classico. La scultura in marmo gode di relativa abbondanza, come si può osservare nei musei di tutto il mondo ma delle statue in bronzo che pure erano presenti a migliaia nelle piazze, nei santuari e nelle sontuose dimore private, sono giunte fino a noi poco più di un paio di centinaia e tutte in circostanze fortuite: recuperate dai fondali marini dove erano colate a picco con le navi che le trasportavano oppure seppellite nell’antichità per salvarle da razzie o a causa di terremoti, come fu per il celebre Auriga di Delfi. Una delle caratteristiche principali del bronzo è, ovviamente, che si può fondere e riutilizzare, perciò le statue bronzee si sono conservate in numero inferiore a quelle marmoree.

A Roma un’enorme quantità di statue bronzee

Con l’espansione del dominio nel Mediterraneo, i Romani portarono a Roma un’enorme quantità di statue bronzee e dalla tarda età repubblicana si cominciarono a erigere statue equestri e gruppi con carri che sovente erano dorate tramite l’uso di mercurio e sottili foglie d’oro; una pratica confermata dalle tracce di doratura trovate sulla Vittoria alata.

Ma qual era il significato di questa statua e in quale circostanza fu eretta?

In Grecia come nell’impero romano si viveva in continuo stato di guerra, perciò nei santuari e nelle piazze proliferavano statue di vittorie. A Roma il primo tempio destinato al culto di Vittoria fu costruito sul Palatino all’inizio del III secolo a.C., in un’epoca in cui sorsero templi dedicati alla Salute, a Onore, alla Virtù, alla Fede, alla Speranza eccetera. Vittoria fu raffigurata in numerosi aspetti: in trono, sul globo, con il carro e con uno scudo in mano, come nel caso di Brescia. Per lungo tempo, l’interpretazione della Vittoria di Brescia è stata viziata da un equivoco: che la statua fosse stata realizzata in Grecia, forse nel IV-III sec. a.C. e avrebbe rappresentato Afrodite che si specchia nello scudo di Ares, retto con entrambe le mani. Sarebbe giunta a Roma come frutto di una razzia e, con l’aggiunta delle ali, trasformata in una Vittoria alata. Le ricerche più recenti hanno consentito di abbandonare questa ipotesi che si basava su analisi generiche del bronzo risalenti all’inizio del Novecento. Quelle più aggiornate hanno dimostrato che le due sporgenze che servono per tenere salde e dare la corretta posizione alle ali furono fuse insieme al corpo della statua, concepita perciò fin dall’inizio come una Vittoria alata e la diagnostica integrata a dettagli stilistici e costruttivi portano a datarla tra il regno dell’imperatore Claudio (41-54 d.C.) e quello di Vespasiano (69-79 d.C.).

La Vittoria di Brescia rientra in una lunga tradizione iconografica: dopo la scoperta, gli archeologi concordarono nel metterla in relazione con una statua conosciuta come Afrodite Capua. Anch’io sono del parere che l’immagine non derivi da un’Afrodite vanitosa che si specchia, ma da quella bellicosa venerata sull’Acropoli di Corinto. La posizione delle braccia, con il sinistro alzato e il destro allungato, lo sguardo dritto oltre l’orlo dello scudo indicano che Afrodite non si specchiava ma scriveva sullo scudo, perciò l’immagine fu usata per la dea della vittoria. Una copia in marmo ritrovata in Turchia negli anni 80 (II sec. d.C.), con braccia e scudo, mostra infatti la dea nell’atto di scrivere con la mano destra sull’arma. Sulla derivazione della Vittoria di Brescia dall’Afrodite Capua non avrei dubbi, la sua testa ne è una vera e propria replica.

Scrive sullo scudo

La Vittoria che scrive sullo scudo esprime la pratica reale di dedicare le armi del nemico alla divinità cui era dovuta la vittoria: la superficie dello scudo era perfetta per apporre una scritta. A Brescia, Vittoria ha terminato di tracciare l’iscrizione su uno scudo, un tempo retto in alto con la mano sinistra; sotto, l’arma poggiava probabilmente sulla coscia sinistra.

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