Letteratura

Breve storia (e fortuna) dell’alchimia

di Armando Torno


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2' di lettura

Per secoli l'alchimia fu considerata da taluni una scienza e, da opposte vedute, un'incomprensibile pratica. Non è mancato nemmeno chi, in tempi a noi vicini, l'ha intesa come una cosciente truffa.

Trasformare i metalli vili in oro è stato un processo ritenuto dai razionalisti un'attività simile a quella degli stregoni. Non si poteva senza scandalo, soprattutto nel XIX secolo, che fu anche il periodo d'oro dello scientismo, contestare i giudizi sommari che piovvero continuamente sull'alchimia.

Questa disciplina, però, non è scomparsa. Anche nel ‘900 furono pubblicati testi che ne ripercorrevano la storia, rileggendo le pratiche, mostrando come fosse diffusa e onorata. O meglio: come diventò un veicolo per tramandare una sapienza tradizionale.

Pratiche alchemiche si ritrovano in scienziati come Newton; il giovane Galileo s'interessò di aspetti esoterici, tanto che per campare preparava oroscopi. Nemmeno nel periodo dei Lumi mancarono raccolte importanti di scritti riguardanti le discipline alchemiche, come prova la “Bibliotheca chemica curiosa” (1702) di Jean Jacques Manget, medico ginevrino apprezzato per le sue ricerche sulle malattie epidemiche.

Nei due volumi che la compongono, tra l'altro, si scopre quanto fosse complessa e articolata la tradizione presente nell'alchimia. La quale non fu composta dai soli testi incomprensibili e stravaganti, ma vi fecero parte anche scritti attribuiti a Tommaso d'Aquino, Alberto Magno, Raimondo Lullo, Paracelso e numerosi altri.

    L'alchimia s'intreccia con filosofia, psicoanalisi (basterà ricordare le opere di Jung che la presero in considerazione alcuni decenni or sono), scienza, letteratura. In tal caso è bene tener presente che, nella seconda parte del “Faust”, Goethe descrive il servitore Wagner che utilizza procedimenti alchemici per creare un homunculus.

    Questo discorso potrebbe continuare all'infinito e lo abbiamo iniziato perché è stata da poco ristampata (apparve per la prima volta nel 1900 nella “Biblioteca esoterica italiana”) una breve e informata opera di François Jollivet-Castelot, “Storia della scienza alchemica” (Editori Iduna, pp. 152, euro 9). Nella prefazione scritta per questa riproposta, Claudio Bonvecchio ricorda tra l'altro quanto l'alchimia fosse per l'autore la risposta a quella separazione che, da Descartes in poi, disgiunse (e disgiunge ancora adesso) il mondo materiale da quello spirituale, collegando l'uno alla razionalità scientifica e l'altro a una dimensione imprecisata e nebulosa.

    Jollivet-Castelot, al contrario, credeva in un unico sapere e in un mondo unitario, nel quale non sussistono differenza e opposizione. E', per intenderci, quello che ha descritto trattando l'ermetismo, la cui testimonianza culturale cominciò molto prima di Cristo, all'ombra delle piramidi.

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