il divorzio difficile tra londra e bruxelles

Brexit, 5 scenari possibili dopo l’accordo tra i paesi Ue

di C.A.F.


Brexit, tutti i danni del no-deal sulle economie europee (e l’Italia)

5' di lettura

Due date: 12 aprile e 22 maggio. E diversi scenari che restano comunque aperti per risolvere il rompicapo della Brexit.

Le date si riferiscono ai nuovi termini della Brexit dopo il Consiglio europeo di giovedì 21 marzo, che ha concesso, sì, più tempo, ma anche posto condizioni precise. Poco prima del vertice il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, giovedì pomeriggio aveva confessato: «Non pensavo che la mia pazienza potesse durare così a lungo».

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1. La proroga fino al 22 maggio
Sul tavolo dei leader europei c’era la richiesta del primo ministro britannico Theresa May di posticipare la data di uscita dal 29 marzo al 30 giugno. L’Unione, alla fine, ha optato per il 22 maggio, in modo da evitare la partecipazione al voto del Regno Unito. Ovviamente, la condizione per la proroga è l’approvazione del piano May, rivisto, da parte della Camera. Ma si è visto come è andata nelle due votazioni precedenti (altrettante bocciature con ampio margine).

2. La scadenza breve del 12 aprile
La concessione europea alla Gran Bretagna comprende anche il “compromesso” dell’11 aprile, scadenza inserita dalla Ue nel caso in cui la Camera dei Comuni non approvi l’accordo. Se infatti lo stallo in Parlamento non si risolve Londra avrà di fronte due strade: organizzarsi per prendere parte alle elezioni europee di fine maggio come tutti gli altri Paesi dell’Unione (ma in questo caso i tempi della Brexit si allungherebbero di parecchio, visto che difficilmente Bruxelles concederebbe questa possibilità con una successiva uscita del Regno Unito a tambur battente) oppure uscire dall’Unione quello stesso 12 aprile senza un accordo (il cosiddetto «no-deal»): come ricorda la Bbc, infatti, «non è possibile rimanere anche per un periodo breve nella Ue senza eurodeputati».

3. La caduta della May e nuove elezioni
Agli scenari possibili dei prossimi giorni non sfuggono il primo ministro britannico Theresa May e il suo destino politico. Il Parlamento ha già respinto due volte il suo accordo con la Ue e la stessa May, del resto, si è sempre opposta decisamente a un’ipotesi di rinvio lungo o di secondo referendum. L’opposizione alla sua linea politica cresce, ma un cambio di leader potrebbe non bastare a risolvere lo stallo. Così, come sottolinea anche un articolo del Financial Times, non sono pochi (anzi, aumentano) i parlamentari – compresi i conservatori – che pensano che per sbloccare la situazione l’unica possibilità sia andare rapidamente ad elezioni per cambiare il Parlamento. In poche parole, il futuro di Theresa May come primo ministro britannico sembra realisticamente legato al passaggio dell’accordo in Parlamento: in caso di bocciatura è probabile che la premier possa dimettersi o sia invitata a farlo dal suo partito.

4. Proroga lunga e secondo referendum
Di fronte al maggior tempo a disposizione concesso dalla Ue, viene a cadere lo scenario thriller che prevedeva un vertice di emergenza per giovedì 28 marzo – vigilia della “vecchia” Brexit – in caso di accordo ulteriormente respinto dai parlamentari britannici. Il rischio, tuttavia, che questa prospettiva si ripresenti in vista dell’11 aprile non è poi così remota. Allora potrebbe tornare in auge l’ipotesi immaginata dal segretario di Stato per gli affari esteri Jeremy Hunt: l’Europa potrebbe comunque decidere di concedere in extremis un periodo più lungo al Regno Unito, ma condizionato a una serie di condizioni più onerose, tra le quali anche l’obbligo di tenere un secondo referendum.

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5. Il ritiro della Brexit (poco verosimile)
Anche alla luce delle nuove date messe sul piatto da Bruxelles, il calendario Brexit della prossima settimana dovrebbe restare valido. Lunedì 25 marzo i parlamentari dovrebbero discutere – e recepire, nelle intenzioni dell’esecutivo – una mozione del Governo che riguarda i prossimi passi da compiere, compresa la richiesta di dilazione temporale della Brexit. Ma il percorso non sembra così liscio neppure questa volta. Sono infatti attesi degli emendamenti – come accaduto anche nelle precedenti votazioni – che sebbene non siano vincolanti possono esercitare pressione sul primo ministro. Uno degli emendamenti dovrebbe prevedere l’approvazione dell’accordo (bocciato già due volte) a condizione che sia sottoposto a un voto pubblico. Il Parlamento potrebbe anche esprimersi su un emendamento volto a sfilare dalle mani dell’esecutivo il processo della Brexit per per gestirlo direttamente. Non è escluso neppure un emendamento che preveda la revoca dell’articolo 50 del Trattato di Lisbona, e quindi il ritiro della Brexit (scenario poco verosimile).

Brexit, una telenovela di tre anni
La considerazione di Juncker sulla «pazienza» probabilmente è condivisa anche da molti cittadini europei e britannici, considerato che il processo della Brexit va avanti da quasi tre anni, ovvero dal giugno 2016 con il referendum che ha sancito la vittoria di misura del “leave”.

A dispetto del tempo a disposizione, dei lunghi e complessi negoziati tra Londra e Bruxelles per trovare l’intesa su un’uscita il più possibile indolore per entrambe le parti, per due volte il Parlamento britannico ha respinto l’ipotesi di accordo presentata dalla May. Ma ha anche votato per escludere un “no deal”, e per completare il quadro lo speaker della Camera John Bercow ha avvertito che un terzo voto sullo stesso accordo non è possibile.

Ora, almeno, la dilazione offerta da Bruxelles evita forse di dover affrontare una settimana convulsa, anche se il 12 aprile non è poi così lontano. Di fatto nessuno sa ancora esattamente cosa potrà accadere.

Un terzo voto sull’accordo martedì 26 o mercoledì 27 Il primo ministro Theresa May ha riptetuto che intende sottoporre al Parlamento l’accordo con la Ue per una terza votazione dopo le due precedenti bocciature. Le date potrebbero essere quelle di martedì 26 (ritenuta la più probabile) o mercoledì 27 marzo. Il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk aveva spiegato anche prima di giovedì 21 che la concessione di un rinvio breve è possibile solo se condizionato all’approvazione dell’accordo. Incombe su questo scenario l’intervento dello speaker del Parlamento britannico John Bercow , che ha spiegato come non sia possibile votare una terza volta un testo identico a quello già respinto due volte. Tuttavia il vincolo non sarebbe così tassativo nel momento in cui il Parlamento fosse intenzionato a votare nuovamente. Resta, in ogni caso, il nodo di una maggioranza favorevole all’intesa: Theresa May dovrebbe riuscire a convincere a votare a favore almeno 75 parlamentari contrari, un’eventualità per nulla scontata e che potrebbe essere facilitata forse solo dall’approssimarsi della scadenza del 29 marzo e quindi di una “no deal Brexit”.

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Con l’ok del Parlamento serve una nuova legge
Se il Parlamento britannico approverà l’accordo di Theresa May con le nuove date, si andrà avanti quindi con la data del 22 maggio. In questa eventualità Londra dovrà comunque approvare una legge per modificare la data della Brexit, legge che dovrà ottenere il via libera sia dalla Camera dei Comuni sia dalla Camera dei Lord. Il tempo tecnico necessario, secondo fonti del Governo britannico, è di uno o due giorni.

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