IRA DEL PREMIER

Brexit, Bercow dice no a un nuovo voto sull’accordo di Johnson

Lo speaker della Camera dei Comuni,<b/>John Bercow, ha respinto la mozione del governo di Boris Johnson per rimettere ai voti il 21 ottobre l'accordo sulla Brexit raggiunto dal premier Tory con Bruxelles, ma rinviato già il 19 con un emendamento

di An.Man.


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Boris Johnson alla Camera dei comuni durante il discorso della Regina il 14 ottobre scorso

3' di lettura

Lo speaker della Camera dei Comuni,John Bercow, ha respinto la mozione del governo di Boris Johnson per rimettere ai voti il 21 ottobre l'accordo sulla Brexit raggiunto dal premier Tory con Bruxelles, ma rinviato già sabato 19 con l’emendamento di un ex conservatore oggi deputato indipendente, sir Oliver Letwin. Secondo Bercow l'istanza non può essere riproposta nella stessa forma di due giorni prima, quel super-Saturday che era finito a niente. A questo punto per il governo è corsa contro il tempo per far approvare entro questa settimana le leggi attuative dell'uscita dall'Ue e ripresentare il deal subito dopo in un contesto nuovo. Pena un rinvio o il no deal.

Bercow ha affermato che la mozione del governo non può essere ripresentata identica a se stessa dopo che sabato la Camera aveva votato a maggioranza a favore dell'emendamento promosso dal dissidente Letwin che rinvia il voto sull'accordo Johnson se non dopo l'approvazione del pacchetto di leggi attuative sulla Brexit. Pacchetto che l'esecutivo ha messo in calendario a partire da oggi in prima lettura, ma che deve essere ancora votato.

Johnson si è detto «deluso» dalla decisione di Bercow, e ha definito la sua scelta una mossa che «nega la possibilità di compiere il volere del popolo britannico». Il governo riporterà comunque il testo al voto giovedì, a quanto ha dichiarato il conservatore Jacob Rees-Mogg.

L’aritmetica parlamentare e Johnson
Stavolta però il premier britannico ce la potrebbe fare. Secondo i calcoli del Financial Times, Johnson può ottenere il sì del Parlamento a Londra con un vantaggio di cinque voti in modo meno diretto di un sì o un no all’accordo ma che assicura lo stesso risultato: se avrà una maggioranza quando si voterà la complessa legislazione che implementa il nuovo accordo con Bruxelles, avrà centrato il suo obiettivo. Dominic Raab, ministro per Brexit del suo governo, è ottimista.

Nel dettaglio, scrive l’Ft, Johnson potrebbe incassare 320 favorevoli e 315 contraroi, con l’aiuto di quattro parlamentari indipendenti, 20 conservatori indipendenti e soprattutto 11 laburisti dissidenti che tradirebbero la linea del loro leader Jeremy Corbyn e colmerebbero il vuoto dei 10 deputati nordirlandesi del Dup, alleati del governo Johnson ma fieramente contrari a un accordo che di fatto allontana l’Irlanda del Nord dal Regno Unito e la àncora alla Ue.

Non tutta la stampa ha letto queste frenetiche ore nello stesso modo: il passo felpato attribuito a Boris e al suo governo era uno speranzoso auspicio del Financial Times. Avevano ragione il Wall Street Journal e il Telegraph secondo i qualiJohnsongià in mattinata era pronto alla resa dei conti, allo scontro frontale col pittoresco ma tutt’altro che sprovveduto Bercow, politico che conosce bene, certo quanto forse meglio dello stesso primo ministro, il gioco parlamentare. Oggi ha vinto lo speaker.

Sil sito del parlamento britannico era apparso l’ordine del giorno, una mozione per il ritiro dalla Ue, tempo previsto massimo un’ora e mezza . Su Twitter sono invece apparsi tweet di giornalisti che prevedono nuove elezioni politiche già entro fine di novembre, non in primavera come sarebbe stato più plausibile, il che è come dire che prevarrà il caos.

In mattinata Johnson aveva deciso di fare pressione sui recalcitranti parlamentari: il suo portavoce annunciava che l’Unione europea non aveva dato alcuna certezza di una estensione dei termini: un modo affatto velato di dire che senza in sì, il suo governo era pronto al «no deal», l’uscita senza accordo che molti a destra e sinistra, indipendenti e no, soprattutto banche e imprese vogliono scongiurare. Arrivava però, quasi in contemporanea, la smentita da Berlino: il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas diceva in altro contesto, senza un riferimento diretto al portavoce di Johnson, che invece sì un «breve rinvio tecnico» della Brexit rispetto alla data del 31 ottobre «sarebbe stato possibile se vi fossero stati problemi con la ratifica dell’accordo».

Il portavoce di Johnson diceva altre cose che lasciavano pochi dubbi sull’ostilità del premier a Westminster: il governo non concederà mai un secondo referendum né l’unione doganale che vorrebbe l’opposizione laburista; e i contatti tra governo e i dieci deputati nordirlandesi del Dup non si sono mai interrotti, il dialogo continua.

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