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Brexit, che cosa succede se il Regno Unito vota alle elezioni europee di fine maggio

di Alberto Magnani


May: accordo su Brexit solo aiuto dei Labour

4' di lettura

BRUXELLES - Da un compromesso all’altro. Il Consiglio europeo ha deciso nella notte fra il 10 e l'11 aprile di concedere a Londra una nuova proroga della Brexit, facendo slittare il divorzio dal 12 aprile al 31 ottobre. La data supera abbondantemente quella delle elezioni europee, fissate al 23-26 maggio, con il risultato che Londra potrebbe trovarsi costretta a eleggere i suoi rappresentanti all’Eurocamera. Un’ipotesi che scompaginerebbe l’assetto previsto da Bruxelles nelle prime urne del dopo-Brexit. La premier Theresa May sta facendo di tutto per scongiurare il rischio, implorando i suoi deputati di raggiungere un «compromesso» per ratificare l’accordo ed evitare il voto a maggio. Nel suo discorso alla Camera dei comuni per informare i deputati sulla maratona negoziale di Bruxelles, May ha stretto all’angolo i parlamentari con l’ennesimo aut aut: «Se il Parlamento ratificherà l'accordo di separazione entro il 22 maggio, allora il Regno Unito non sarà costretto a partecipare alle elezioni europee - ha detto - La decisione ora è nelle mani di questa Camera».

Nell’attesa lo scenario delle urne resta verosimile, con tutte le sue ripercussioni. Al di là dei disagi logistici (ed economici) di imbastire un voto comunitario nell’arco di poco più di un mese e mezzo, la ricomparsa sulla scena dei deputati britannici rischia di creare più di un mal di testa su entrambe le sponde della Manica. Con un'uscita di Londra dall’Ue nei tempi stabiliti, infatti, il totale di parlamentari sarebbe dovuto scendere da 751 a 705. Sui 73 seggi assegnati storicamente a Londra, 46 sarebbero stati rimossi e 27 distribuiti a un totale di 14 paesi (inclusa l'Italia, che avrebbe visto crescere i suoi deputati da 73 a 76). La ricomparsa di Londra alle urne obbliga invece Bruxelles a ricalcolare frettolosamente i numeri dell'Eurocamera del 2019-2024. Anche se gli strascichi sembrano riguardare più gli equilibri politici che le tecnicalità per regolare il voto.

L’impatto è più politico che tecnico
Dal punto di vista della procedura elettorale, in effetti, il cambio di programma non sta creando più scompiglio del dovuto. Il ritorno di Londra al voto significa riportare a 751 i deputati dell'Eurocamera, a svantaggio dei 27 eletti chiamati a sostituire i britannici in caso di Brexit. Il loro seggio verrà «congelato» fino all'uscita effettiva del Regno Unito, in attesa del subentro ai parlamentari britannici che si sono insediati nel frattempo. Lo stesso meccanismo che si verifica quando un eurodeputato abbandona la carica, facendosi rimpiazzare dal primo dei non eletti nel suo collegio. È in chiave politica che l’impatto rischia di essere ben più brusco. Il ritorno sulla scena di 73 deputati può alterare l’esito finale delle urne, ribaltando gli scenari che iniziavano a profilarsi con i vari sondaggi sulla composizione dell’Eurocamera. Alberto Alemanno, professore di diritto europeo all'École des hautes études commerciales di Parigi, spiega che l’Ue dovrà svolgere un lavoro giuridico «dietro le quinte» per permettere alle varie famiglie politiche di organizzarsi. L’esito che si profila suona come un boomerang rispetto alla «vittoria sovranista» sancita dalla Brexit, visto che potrebbe favorire le forze più avversate dai Brexiteer radicali.

L’assist a Socialisti e Conservatori
Fino a oggi si è parlato della crisi dei partiti tradizionali, come i Popolari e i Socialisti, sprovvisti per la prima volta di una maggioranza assoluta nell’Eurocamera: le ultime proiezioni dell’Europarlamento danno i primi in discesa a 188 seggi dai 217 del 2014, i secondi giù a 142 seggi dai 186 di cinque anni fa, a fronte di una buona crescita dei cosiddetti sovranisti. Il ritorno sulla scena dei deputati britannici potrebbe giocare a favore dei socialisti, rinsaldati dall’afflusso della quota di deputati laburisti che sarebbero dovuti restare esclusi dalla Brexit. Anche perché la debolezze del governo conservatore di May sulla gestione della Brexit stanno alimentando una nuova ondata di consensi per il Labour, nonostante (o grazie) la linea un po’ ondivaga del leader Jeremy Corbyn sul divorzio di Londra dall’Ue. Un sondaggio della società di consulenza Hanbury Strategy per Open Europe, un think tank che segue l’attività politica europea, prevede che la sinistra britannica possaincassare fino al 38% dei consensi , traducendosi in quasi 30 seggi in più per le file dei socialisti a Bruxelles.

I Tory scivolerebbero al 23%, l’equivalente di circa 16 deputati, andando a favorire la sigla che ha sempre ospitato al suo interno la famiglia della destra britannica: i Conservatori e riformisti, scongiurando la discesa da 76 a 53 seggi che si sarebbe registrata proprio con la Brexit. Il gruppo ospita al suo interno anche forze euroscettiche come Fratelli d’Italia o i polacchi di Diritto e giustizia, ma resta nel perimetro delle forze europeiste ed è disposta al dialogo con i Popolari. Jan Zahradil, lo spitzenkandidat per il gruppo, sostiene che la sigla potrebbe restare «ai suoi livelli» anche senza l’afflusso dei deputati britannici. Ma non nega che un drappello in più farebbe comodo, anche in vista di un maggior potere negoziale con Popolari e Socialisti. «Il contingente di deputati britannici poterebbero portarci 10 seggi in più - spiega Jan Zahradil, spitzenkandidat per i Conservatori - E siamo disposti a negoziare su alcuni temi con i principali gruppi». E il Brexit party, il nuovo soggetto politico creato dall’ex leader Ukip Nigel Farage? Il sondaggio di Hanbury Strategy li proietta al 10,3%, percentuale che li condannerebbe all’irrilevanza in una (breve) comparsata all’Eurocamera.

Il cavallo di Troia nella Commissione
La data del 31 ottobre, ovviamente, non è casuale. I Ventisette, spinti dal pressing della Francia di Emmanuel Macron, hanno voluto assicurarsi che il Regno Unito sia fuori dal perimetro Ue prima dell’insediamento della nuova Commissione europea. Alemanno spiega che la permanenza di Londra nell’Ue oltre quella data obbligherebbe l’Unione ad accogliere un commissario britannico, vincolando i lavori del braccio esecutivo europeo ai pareri di un Paese in rotta di collisione con il progetto comunitario. Anche quando si parla del dossier più delicato sul tavolo, la Brexit: «Il Regno Unito non avrebbe soltanto rappresentanti in parlamento, ma anche un Commissario europeo - spiega Alemanno - E questo inciderebbe su tutti i grandi temi, dal budget a, ovviamente, la Brexit: un conto è fare accordi con un Paese terzo, un conto è fare accordi con un Paese esterno. Londra sarebbe un cavallo di Troia per i Ventisette».

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    Alberto MagnaniRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, formazione, esteri, innovazione

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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