LA PRESA DI POSIZIONE

Brexit, Corbyn: i laburisti voteranno Remain in caso di nuovo referendum

In caso di un nuovo referendum sulla Brexit, il partito laburista si schiererà a favore della permanenza del Regno Unito nella Ue. Lo ha comunicato con una email ai membri del partito il segretario del labour Jeremy Corbyn, da tempo sotto pressione perché la principale forza di opposizione adotasse una linea chiara sul divorzio dalla Ue

di Alberto Magnani


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Jeremy Corbyn (Reuters)

3' di lettura

In caso di un nuovo referendum sulla Brexit, il partito laburista si schiererà a favore della permanenza del Regno Unito nella Ue. Lo ha comunicato con una email ai membri del partito il segretario del Labour Jeremy Corbyn, da tempo sotto pressione perché la principale forza di opposizione adottasse una linea chiara sul divorzio dalla Ue. Corbyn non ha precisato quale sarebbe la posizione del partito in caso di nuove elezioni, ma ha chiarito l’indicazione nell’eventualità di una nuova consultazione sul processo di separazione dal Continente. Corbyn scrive che «chiunque diventi il nuovo primo ministro dovrebbe avere la fiducia di far decidere alla gente con un voto pubblico sull’accordo o la mancanza di accordo». In questa circostanza, aggiunge, «voglio rendere chiaro che il Labour farà campagna contro il no-deal o un accordo dei Tory che non protegge l’economia e il lavoro». I sindacati avevano spinto perché il partito prendesse posizione in maniera più netta a favore di un nuovo referendum o, in caso di Brexit prima delle elezioni, cercasse di rinegoziare i contenuti del deal strappato da Theresa May con i partner europei. La dichiarazione di Corbyn sembra accogliere la richiesta.

La Brexit resta un tema «divisivo»
Corbyn è sempre stato accusato di ambivalenza sull’argomento della Brexit, contribuendo a creare - ulteriori - spaccature all’interno dell’opposizione. Il segretario si è limitato ad ammettere che il referendum si è dimostrato «divisivo per la nostra comunità e il nostro partito», difendendo però la linea assunta dai laburisti negli ultimi tre anni di trattative. Anche in assenza di una posizione chiara, i laburisti hanno contribuito ad affossare per tre volte l’approvazione dell’accordo di uscita siglato dalla (quasi) ex premier Theresa May con i partner Ue. In un secondo momento la stessa May aveva ceduto e aperto dei tavoli di negoziati con Corbyn, nel tentativo di stabilire i capisaldi per una rinegoziazione del patto a Bruxelles. Il compromesso abbozzato dai laburisti includeva, fra le altre cose, il mantenimento di Londra nel perimetro della unione doganale, accordi per forti relazioni commerciali con il Continente e la condivisione dei criteri di tutela dei diritti del lavoro e parametri ambientali. Il dialogo è naufragato dopo le prime sedute, accelerando il passo indietro di May e la confusione interna al principale partito di opposizione. Ora la gestione della Brexit, almeno nell’immediato, passerà nelle mani del candidato vincente nel contest avviato dal Partito conservatore per succedere a Theresa May alla guida dei Tory e del governo britannico. Lo scontro finale è fra l’ex sindaco di Londra Boris Johnson e l’attuale ministro degli Esteri Jeremy Hunt, entrambi aperti - per motivi diversi - anche allo scenario di un’uscita senza accordi diplomatici. In seguito all’ultima proroga concessa, Londra dovrebbe incassare la ratifica dell’accordo di Brexit del Parlamento entro il prossimo 31 ottobre.

L’apertura (?) di von der Leyen a una ulteriore proroga
Anche la data stessa del 31 ottobre, però, non è tassativa come sarebbe sembrato fino a qualche settimana fa. Ursula von der Leyen, la ministra tedesca designata dal Consiglio come nuovo presidente della Commissione, ha già detto con chiarezza che considera il divorzio tra Londra e la Ue una «perdita per tutti». A quanto riportano i media internazionali, però, la potenziale numero uno della Commissione sarebbe incline alla concessione di una ulteriore proroga al Regno Unito. L’apertura di una nuova finestra temporale sul divorzio, già ampiamente rimandato rispetto alla scadenza originaria del 29 marzo, lascerebbe margine per l’indizione di un nuovo referendum sull’accordo di Brexit (o sulla Brexit in toto). Il rinvio, però, è subordinato alla decisione del premier che uscirà dallo scontro fra Johnson e Hunt, ora sottoposti al voto via corrispondenza della base di 160mila iscritti del Partito conservatori. Nessuno dei due esclude un no-deal, un divorzio sprovvisto del paracadute di tutele diplomatiche concordato con l’Europa. E in quel caso non ci sarebbe tempo né per un nuovo referendum né, ovviamente, per una campagna laburista a sostegno del Remain.

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