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Brexit, cosa fare in attesa dei negoziati

di Lucilla Incorvati


3' di lettura

Il prossimo appuntamento della vicenda Brexit è per lunedì 19 giugno quando saranno schedulate le tappe della negoziazione. Il quadro resta incerto, visto che il confine tra soft e hard Brexit resta ancora labile e incerto anche il contenuto delle negoziazioni. Intanto in settimana si è riparlato dell’eventuale spostamento del mercato Lch di Londra (500 miliardi di euro al giorno per la ricca attività di clearing sui derivati). Secondo la Ue per una ragione di stabilità finanziaria le attività denominate in euro vanno spostate in una sede europea e sottoposte al controllo Esma. Su questo possibile trasferimento anche Milano si è fatta avanti. Londra per ora continua ad avere un primato come centro finanziario invincibile. Quel mix di competenze professionali, expertise finanziario, servizi e risorse tecnologiche che fanno della City un ambiente difficilmente replicabile altrove. Senza trascurare un fisco decisamente amico alle imprese e ai privati.

DINAMICHE E INTERMEDIARI

Fonte: elaborazione Sole 24 Ore

DINAMICHE E INTERMEDIARI

«In un contesto incerto per gli operatori finanziari ritengo che l’atteggiamento più razionale sia quello di cercare di preservare il più possibile lo stato attuale delle cose - spiega Lucio Bonavitacola, partner e responsabile dell’area regolamentazione finanziaria di Clifford Chance (e parte del team dello studio dedicato al tema Brexit): nel settore del commercio, stare a Londra potrebbe rappresentare una certa convenienza, anche se molto dipenderà dai trattati di libero scambio che verranno firmati con i Paesi terzi rispetto alla Ue. Chi esporta fuori dall'Unione potrebbe essere addirittura avvantaggiato». «Il problema si pone per banche, assicurazioni e gestori di fondi - aggiunge Bonavitacola - per via del cosiddetto passaporto europeo», ovvero la possibilità per una società basata in un Paese Ue di prestare i propri servizi in tutti gli altri paesi membri senza dover richiedere autorizzazioni in loco. Se viene meno il passaporto europeo chi ha sede a Londra – e fosse autorizzato solo dal regolatore inglese - potrà operare solo nel Regno Unito. Da mesi i grossi player assicurativi e finanziari si stanno attrezzando. «Quello che osserviamo - spiega Bonavitacola – è la costituzione, all’interno dei gruppi aziendali, di nuove società con sede in uno dei paesi della Ue, pur continuando a ricevere la maggior parte dei servizi di cui necessitano per funzionare dalle altre società del gruppo e, in particolare, da quelle basate a Londra». In questo modo uomini e servizi chiave non dovranno essere spostati dalla City, o quantomeno non dovranno esserlo in massa, mentre la nuova sede potrà continuare a godere dei vantaggi del passaporto europeo. «Ecco perché chi si sposterà sta pensando a quelle città dove già è presente con sedi rilevanti e un certo numero di servizi, ampliando la presenza con un’estensione degli uffici».

In questo processo Francoforte e Parigi sono le mete più gettonate, come anche Dublino perché è un mercato storicamente efficiente per le quotazioni e forte per l’asset management.

Dopo le recenti linee guida comunicate dalla Commissione Ue sulle negoziazioni, è nata una certa apprensione nel mondo finanziario e in quello delle compagnie di assicurazione. «Non vengono fatte distinzioni a livello settoriale - aggiunge Bonavitacola - quindi non dovrebbe essere consentito il libero scambio neppure nei settori finanziario e assicurativo. Il che vuol dire che tutto, in teoria, andrebbe rivisto. Quindi nuove regole e nuovi costi».

In linea teorica la direttiva europea Mifid2 che entrerà in vigore a gennaio dovrebbe valere in UK, visto che si tratta di una normativa ormai approvata. Ma come ricorda ancora l’esperto, UK per gestire questa fase transitoria si è dotata di un legge (Repeal act) dove trasporre in diritto inglese tutte le disposizioni del diritto europeo direttamente applicabili nel Regno Unito ai sensi della European Communities Act del 1972. E quanto più UK deciderà di stabilire regole diverse da quelle europee, tanto meno la Ud sarà disposta a riconoscere alle imprese UK una certa libertà di prestazione dei loro servizi nella Ue, con un ovvio aggravio di costi per gli operatori.

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