GLI SCENARI DI LONDRA

Brexit, cosa possiamo aspettarci dal governo di Boris Johnson

Boris Johnson si è appena insediato come primo ministro del Regno Unito. Ma la sua presenza a Downing Street ha già iniziato a farsi sentire, complicando - ulteriormente - la posta in palio più urgente del suo mandato: la finalizzazione della Brexit

di Alberto Magnani


Boris allo scontro con Ue, Merkel-Macron tendono la mano

4' di lettura

Boris Johnson si è appena insediato come primo ministro del Regno Unito. Ma la sua presenza a Downing Street ha già iniziato a farsi sentire, complicando - ulteriormente - la posta in palio più urgente del suo mandato: la finalizzazione della Brexit, il divorzio tra Londra e la Ue che dovrebbe scattare al 31 ottobre 2019. Lo sbarco di Johnson a Downing Street è stato accolto in un clima di nervosismo, alimentato soprattutto dal timore di una maggiore probabilità di una Brexit no-deal. Il diretto interessato non ha fatto nulla per calmare gli animi. Anzi.

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Oltre ad aver formato un governo sbilanciato sulle ali più estremiste del suo partito, Johnson ha messo immediatamente in chiaro che rinegozierà l’accordo siglato da Theresa May con i partner europei, stralciando il cosiddetto backstop sui confini irlandesi e ritardando il pagamento dei 39 miliardi di sterline dovuti da Londra alla Ue. Bruxelles ha già ribadito di non avere alcuna intenzione di riaprire la questione, liquidando come irricevibili i termini di discussione avviati dal neo-premier britannico. Cosa possiamo aspettarci, o cosa sta già succedendo oltremanica?

Scontro frontale con l’Europa
La prima certezza è che Johnson si avvia a uno scontro frontale con i partner europei, almeno finché manterrà la linea da «hard-Breexiter» sfoggiata nel suo discorso di insediamento alla Camera dei Comuni. Johnson ha invitato la Ue a riaprire i contenuti dell’accordo di divorzio siglato da Theresa May e bocciato tre volte dal Parlamento britannico. In particolare, come accennato sopra, l’intenzione è di eliminare del tutto il meccanismo del backstop: la “polizza” che garantirebbe la non costruzione di un confine fisico tra Irlanda e Irlanda del Nord fino al raggiungimento di un accordo definitivo di separazione.

La risposta dei vertici europei è stata abbastanza netta: no. In una comunicazione inviata ai diplomatici coinvolti nella Brexit, il caponegoziatore per l’Europa Michel Barnier ha classificato come «inaccettabili» le proposte di Johnson, invitando i collaboratori a mantenere i nervi saldi. Lo spettro di un no-deal si fa più probabile, ed è esattamente quello che l’Europa vuole evitare. Anche Jean-Claude Juncker, il presidente in uscita della Commissione, ha rib adito una linea già espressa ai tempi della premiership di May: l’accordo sulla Brexit siglato tra Londra e la Ue è il «migliore possibile», e non sarà oggetto di revisioni.

L’ipotesi del FT: nuove elezioni per sbloccare l’impasse
In compenso, Johnson deve confrontarsi anche con un’opposizione interna. Il neopremier ha già allertato la sua squadra di governo per «preparare» il parlamento allo scenario di una rottura no-deal, divenuto tutt’altro che irrealistico fin dalle prime divergenze emerse con Bruxelles. Sì, ma come? L’opposizione laburista ha deciso, seppur tardivamente, di schierarsi contro il no-deal (e il remain dell’Isola nella Ue in caso di un nuovo referendum). Lo stesso Partito Conservatore, già in bilico, si è spaccato sulla nomina di Johnson e non riesce a compattarsi sulla prospettiva di un no-deal. Anzi.

Sono stati diversi deputati Tory «ribelli» ad approvare una mozione che impedisce al premier di sospendere l’attività del Parlamento per far passare un divorzio senza accordi dalla Ue. In questo scenario, il quotidiano britannico Financial Times ha ricostruito alcune opzioni sul tavolo di Johnson. Una delle più verosimili, dice l’FT, è la convocazione di elezioni generali entro la data fatidica del 31 ottobre. Johnson potrebbe cercare la legittimazione delle urne per incassare una buona maggioranza alla Camera dei Comuni e ottenere il via libera alla Brexit (deal o no-deal) entro la scadenza prefissata con la Ue. I media britannici contemplano anche l’ipotesi di una alleanza con il Brexit Party di Nigel Farage, il partito euroscettico sbarcato all’Eurocamera con 29 deputati. Il risultato sarebbe quello di tornare alla Camera dei Comuni con una «maggioranza decente», scrive l’Ft, anche se l’esito non è così scontato.

La squadra di Johnson
Come abbiamo accennato prima, Boris Johnson ha rivisto - pesantemente - la formazione del suo governo a Downing Street. Il ministero delle Finanze va a Sajid Javid, ex banchiere d’affari e figura in ascesa nel Partito conservatore, in successione a Philip Hammond. L’ex ministro della Brexit Dominic Raab torna in pista come responsabile del Foreign Office, l’equivalente degli Esteri. L’equivalente del ministero degli Interni va a Priti Patel, ultrà della Brexit e già ministra per lo Sviluppo internazionale, nota per alcune controversie (come la richiesta di reintrodurre la pena di morte nel Regno Unito o le sue dimissioni dopo aver organizzato un vertice con autorità israeliane senza il via libera del governo). Alla Difesa arriva l’ex militare Ben Wallace eal Commercio Liz Truss, figura vicina a Johnson. A far discutere è anche la scelta del nuovo leader della Camera dei Comuni, la figura incaricata di gestire i rapporti fra governo e Parlamento: l’arci-Brexiteer Jacob Rees-Mogg, uno fra i principali avversari dell’accordo di Theresa May ed euroscettico di ferro.

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