analisiil commento

Brexit e Corte, Londra in una fase istituzionale inesplorata

di Leonardo Maisano

(REUTERS)

2' di lettura

La decisione della Corte Suprema britannica di respingere l’appello del governo May non cambia il destino finale della Gran Bretagna in Europa, ma va molto oltre la semplice, apparente ridefinizione dei poteri dello stato nel Regno di Elisabetta. I giudici supremi hanno fatto saltare il tavolo dell’esecutivo con un pronunciamento che potrebbe spingere oltre il 30 marzo l’avvio del recesso britannico dalle istituzioni comunitarie. Non solo rischiano di cambiare i tempi, ma potrebbe mutare la sostanza stessa della Brexit che ora finisce nelle mani di un Parlamento quantomai diviso.

La maggioranza dei deputati prima del referendum era nettamente a favore di Remain, ora molti hanno cambiato opinione, allineandosi alla volontà popolare. Molte decine, tuttavia, restano contrarie al divorzio anglo-europeo, tanti di più si piegano alla Brexit ma non condividono affatto la piega che il governo ha preso con la pubblica determinazione di uscire dal mercato interno. La sentenza della Corte Suprema ridà loro voce, spalancando i varchi delle procedure parlamentari che potranno piantare paletti importanti all’iter negoziale di Londra.

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Salta dunque la strategia del governo di Theresa May e Londra entra in un’area inesplorata del suo assetto istituzionale. Il Parlamento, lo ricordiamo, si è già espresso a favore della Brexit con una semplice mozione non vincolante, ora dovrà varare un vero e proprio atto parlamentare per sancire il recesso. E in quel disegno di legge potranno infilarsi mille trappole al cammino immaginato dai brexiters. A cominciare da un voto finale sull’accordo che Londra negozierà con Bruxelles.

I giudici sono stati espliciti. Nel dispositivo della sentenza – peraltro presa a maggioranza 8 contro 3 e non all’unanimità – si sottolinea che «il referendum è stato un atto di straordinaria importanza» ma che quel voto non «decide quali misure vadano ora adottate». Pertanto non solo la “prerogativa reale” che secondo Theresa May dava al governo potere assoluto non si applica, ma anche le condizioni dell’addio dall’Ue non sono scolpite nella pietra che il governo va sventolando. La parola passa a Westminster e Downing Street potrà soltanto adeguarsi.

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