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Brexit è già costata 66 miliardi di sterline alla Gran Bretagna

di Andrea Franceschi


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(Ap)

2' di lettura

Brexit è già costata 66 miliardi di sterline in termini di minor ricchezza generata dall’economia britannica e, se il referendum non fosse stato fatto, il Pil avrebbe potuto essere superiore del 2,9% rispetto ai livelli attuali. Lo stima Standard & Poor’s in un recente studio in cui ha provato a calcolare gli effetti sull’attività economica derivanti dalla svalutazione della sterlina e del conseguente aumento dell’inflazione che si è verificata dopo il referendum del 2016.

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La Gran Bretagna è ancora formalmente un Paese membro dell’Unione europea anche se non è chiaro ancora per quanto (giorni, settimane, mesi?) e solo dopo che Brexit sarà effettiva e in quali termini sarà possibile farsi un’idea dell’impatto economico di una simile decisione. Ma qualche importante effetto c’è stato anche alla luce della mera anticipazione della Brexit.

Quello più visibile è stato la svalutazione della sterlina, arrivata a deprezzarsi fino al 18% dopo il referendum (ancora oggi il pound è in calo del 10% rispetto ai livelli pre-referendum nel cambio col dollaro e del 6,6% rispetto all’euro). Il tonfo della valuta ha innescato una fiammata sui prezzi tale da portare l’inflazione fino al 3% nell’ultimo trimestre del 2017. Nel corso dei 10 trimestri trascorsi dopo il voto l’inflazione - calcola S&P - è stata superiore di un punto percentuale rispetto a quento avrebbe potuto essere se il referendum non fosse stato fatto.

Tutto ciò ha finito con l’erodere il potere di acquisto di cittadini e imprese e deprimere i consumi privati. Non c’è stato - ammettono gli analisti di S&P - l’impatto drammatico della crisi finanziaria del 2008 che spinse le famiglie britannici risparmiare più che consumare. Ma la crescita dei consumi che si è registrata in questi anni è stata inferiore al potenziale. E ciò ha finito per avere un impatto sulla crescita economica.

La sterlina debole non ha poi comportato alcun beneficio in termini di maggior export per l’economia britannica. Questo è successo perché il Regno Unito esporta soprattutto servizi che sono meno sensibili alle dinamiche di prezzo delle merci. E anche nel caso delle merci - si legge nello studio - i benefici sono stati risibili dato che c’è una buona parte di componenti importate nei beni che la Gran Bretagna esporta e il loro maggior costo ha finito col compensare i benefici derivanti da una valuta più competitiva.

L’incertezza sull’esito del divorzio dalla Ue ha avuto un impatto sugli investimenti privati. Un fenomeno che si è verificato soprattutto dal 2018 in poi quando la scadenza della Brexit ha iniziato a farsi più vicina e le aziende «invece che studiare strategie di investimento hanno iniziato a mettere a punto piani di emergenza in caso di uscita senza accordo (no-deal)».

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    Andrea Franceschiredattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: Italiano, inglese

    Argomenti: Mercati, finanza, bond, azioni. obbligazioni, titoli di stato, banche, borsa, politica monetaria, Bce, Fed, tassi

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