INTERNAZIONALIZZAZIONE

Brexit, ecco a chi conviene restare

di Micaela Cappellini

3' di lettura

Fuga da Londra a causa della Brexit? Contrordine: banche, assicurazioni e gestori di fondi potrebbero doversi attrezzare per il trasferimento. A tutti gli altri, invece, quasi quasi converrà restare.

Molto è stato scritto, dal referendum del giugno scorso in avanti. E molto resta ancora da scrivere, dato l’alto grado di incertezza sia sui tempi (due anni di negoziati come minimo) sia sulle modalità di uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Qualcosa di più potrebbe emergere domani, dall’atteso discorso del premier britannico Theresa May su Brexit. Ma tra gli esperti degli studi legali e fiscali si sta facendo strada l’ipotesi che rimanere a Londra potrebbe essere meglio che trasferirsi altrove.

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La teoria è dimostrata da alcuni fatti recenti: dopo un colloquio con Theresa May, il colosso delle automobili Nissan ha dichiarato di voler aumentare i posti di lavoro nel Regno Unito. Apple ha annunciato che investirà in una sede da 1.400 dipendenti nel quartiere londinese di Battersea, oggi in piena ricostruzione. La giapponese Asahi, che da poco ha rilevato la birra Peroni, ha scelto Londra come propria sede in Europa. Mentre il 90% delle imprese europee sondate dall’Institute for Economic research di Colonia ha appena dichiarato di non aspettarsi dalla Brexit nessun effetto sconvolgente.

«Il motivo principale per cui le grandi imprese sceglieranno di restare a Londra è quel mix di competenze professionali, expertise finanziario, servizi e risorse tecnologiche che fanno della capitale inglese un ambiente difficilmente replicabile altrove», sintetizza Giuseppe Moretti, partner di Kpmg, che assicura: «Ad oggi, nessuno dei miei clienti mi ha ancora chiesto di studiare l’ipotesi di un trasferimento di sede dalla Gran Bretagna a un altro stato Ue». Quindi, da esperto di fiscalità internazionale, entra più nel dettaglio dei vantaggi che Londra potrà ancora offrire alle imprese, anche dopo Brexit. A cominciare dalla corporate tax: dal 1° di aprile la tassa sul reddito d’impresa scenderà dal 20 al 19%, mentre è già allo studio l’ipotesi di portarla al 17% a partire dal 2020. «Poi c’è tutto il pacchetto degli incentivi - aggiunge - come il Patent box, che tassa solo del 10% i proventi derivanti da sfruttamento di brevetti e opere dell’ingegno. Come il superammortamento al 230% degli investimenti in ricerca e sviluppo fatti dalle Pmi e dalle start up. O come l’esenzione fiscale delle plusvalenze, il cosiddetto participation exemption». Senza dimenticare una certa facilità nel dedurre tutta una serie di costi aziendali.

Il fisco britannico, insomma, sarà friendly anche dopo che Londra sarà uscita dalla Ue. «Certo, uscire significherà anche perdere qualche vantaggio fiscale che Bruxelles garantisce ai propri membri - sostiene l’avvocato Carlo Galli, responsabile del dipartimento Tax dello studio Clifford Chance - ma oggi l’Europa del fisco non è solo un’Europa che premia, è anche un’Europa che bacchetta». La multa comminata di recente a Apple insegna: maglie fiscali più larghe potrebbero risultare gradite alle multinazionali.

Anche a guardare il settore del commercio, Londra potrebbe mantenere una certa convenienza. Spiega Lucio Bonavitacola, responsabile dell’area Regolamentazione di Clifford Chance e parte del team dello studio espressamente dedicato al tema Brexit: «Molto dipenderà dai trattati di libero scambio che verranno firmati con i Paesi terzi rispetto alla Ue, ma chi esporta fuori dall’Unione potrebbe essere addirittura avvantaggiato».

LA CITY E I SUOI RIVALI A CONFRONTO

(Fonte: elaborazione Sole 24 Ore su dati Kpmg e Clifford Chance)

LA CITY E I SUOI RIVALI A CONFRONTO

A chi allora conviene davvero lasciare Londra? «Soltanto per le banche, le assicurazioni e i gestori di fondi si apre il problema - chiarisce Bonavitacola - per via del cosiddetto passaporto europeo», ovvero la possibilità per una società basata in un Paese Ue di prestare i propri servizi anche in tutti gli altri paesi membri. Se viene meno il passaporto europeo, insomma, chi ha sede a Londra potrà operare solo a Londra.

I grossi player assicurativi e finanziari si stanno già attrezzando e hanno avviato gli studi di fattibilità: «Occorre costituire - spiega Bonavitacola - all’interno del proprio gruppo una nuova società che abbia la base in uno dei Paesi che restano nella Ue ma che riceva la maggior parte dei servizi che le servono per funzionare dalle altre società del gruppo, e in particolare da quella di Londra». In questo modo gli uomini e i servizi chiave non dovranno essere spostati dalla City, mentre la nuova sede potrà continuare a godere dei vantaggi del passaporto europeo.

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