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Brexit, come Johnson ha strumentalizzato un diritto parlamentare

di Claudio Martinelli

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4' di lettura

La propensione di Boris Johnson ai colpi di teatro era nota da tempo e dunque non può stupire eccessivamente la sua ultima performance: la Prorogation del Parlamento. In realtà si tratta di una consuetudine molta antica del diritto costituzionale britannico, che va capita tenendo conto della differenza tra forma e sostanza.

Il Parlamento di Westminster lavora per sessioni, che normalmente durano un anno e sono aperte dal Queen’s Speech, cioè il discorso, letto dal sovrano ma scritto dal Primo ministro, con cui viene comunicato alle Camere il programma del Governo per la sessione che si sta aprendo.

Accade, però, abbastanza di frequente che l’inizio di una sessione parlamentare venga posticipato di qualche giorno per ragioni tecniche, per esempio perché è alle viste un’elezione (per le Europee del 2014 ci fu una Prorogation di due settimane, la più lunga in epoca recente) ed è necessario concedere ai parlamentari tutto il tempo sufficiente per svolgere la campagna elettorale.

La procedura prevede che il Premier consigli alla Regina di posticipare l’inizio della successiva sessione e che quest’ultima accolga il consiglio (advice). Dunque, la forma ci dice che si tratta di un atto del sovrano ma la sostanza è che dipende dalla volontà del Governo.

E allora, perché in questo caso la Prorogation ha fatto tanto scalpore, finendo sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo? Perché questa volta le motivazioni dell’Esecutivo non sono tecniche ma profondamente politiche e riguardano il delicato e intricato tema della Brexit. Come è noto, il prossimo 31 ottobre scade l’ultima proroga concessa concordata tra Regno Unito e Unione Europea per trovare un accordo sulla fuoriuscita.

Come si ricorderà, il precedente Primo Ministro, sul finire del 2018, un accordo lo aveva stipulato con la Ue ma poi era stato respinto per ben tre volte dalla Camera dei Comuni, costringendo Theresa May alle dimissioni. Ora Johnson vuole provare a rinegoziarlo, in particolare nella parte riguardante il confine tra Ulster e Repubblica d’Irlanda (il cosiddetto Backstop), ma nel caso non ci riuscisse ha sempre fermamente dichiarato che non avrebbe chiesto altre proroghe alla Ue. Dunque, in questo caso, il 31 ottobre ci sarà una Brexit non concordata (no deal).

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Ebbene, il senso di questa Prorogation sta tutto qui: nelle prossime settimane il Primo ministro vuole avere le mani libere, senza che il Parlamento possa legiferare per impedire l’eventuale no deal. Pertanto, ha dovuto proporre alla Regina, che comunque non aveva la possibilità di opporsi, una Prorogation lunghissima, ben cinque settimane, come non si verificava dal 1948. Naturalmente ha dovuto trincerarsi dietro la scusa di essere appena arrivato a Downing Street e quindi di avere bisogno di tempo per elaborare il suo programma per la prossima sessione parlamentare. Ma questa motivazione formale non riesce a nascondere la sostanza di un artificio strategico per condizionare a suo favore la vicenda Brexit, un comportamento che sta scatenando vivaci proteste in tutto il Regno Unito.

Non siamo di fronte a un “colpo di Stato” o a una sospensione della democrazia, ma certamente si tratta di una forzatura, di un utilizzo scorretto e strumentale del diritto parlamentare

Non siamo di fronte a un “colpo di Stato” o a una sospensione della democrazia, come è stato detto in questi ultimi giorni. Ma certamente si tratta di una forzatura, di un utilizzo scorretto e strumentale del diritto parlamentare.

A questo punto che cosa può fare il Parlamento? Domani torna dalla pausa estiva e potrà riunirsi fino a lunedì 9 settembre, cioè al completamento della sessione in corso, prima che scatti la Prorogation fino al 14 ottobre. Non sembra che possa fare molto sul piano legislativo, poiché i tempi appaiono troppo stretti. Forse già domani verrà presentata una mozione di sfiducia, trasversale tra i vari gruppi contrari al no deal, per tentare di far cadere il Governo.

Forse già domani verrà presentata una mozione di sfiducia, trasversale tra i vari gruppi contrari al no deal, per tentare di far cadere il Governo

Bisogna però sottolineare come da parte sua il Parlamento avrebbe già potuto evitare il no deal, con tutte le disastrose implicazioni che comporterebbe, sia per Uk sia per i Paesi della Ue. Intanto avrebbe potuto ratificare l’Agreement faticosamente raggiunto da Theresa May con le istituzioni europee. Oppure avrebbe potuto fare tesoro di una sentenza della Corte di Giustizia della Ue, dello scorso dicembre, che stabilisce che esiste un diritto alla revocabilità unilaterale della dichiarazione con cui lo Stato membro aveva manifestato agli organi dell’Unione la volontà di uscire. In sostanza, sulla base di questa interpretazione dell’articolo 50 del Trattato sull’Unione Europea, fino alla scadenza concordata il Regno Unito avrebbe ancora la possibilità di ritirare la propria volontà di uscire, revocando la comunicazione che aveva fatto il 29 marzo 2017 a seguito del risultato del referendum Brexit del 2016.

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Perché questa opportunità non è stata utilizzata? Perché, nonostante tutto, i parlamentari sanno perfettamente che la volontà di uscire è ancora molto forte in una parte importante della popolazione e il Paese continua a essere spaccato; per cui per molti deputati, non solo conservatori, è meglio trincerarsi dietro la forza politica del risultato referendario.
In realtà, tutta questa vicenda non può essere ridotta ad una favola per bambini: Boris il lupo cattivo che si mangia i poveri agnellini di Westminster. Da anni il tema Brexit viene trattato con superficialità da tutta la classe politica inglese, e molti protagonisti hanno tentato di lucrarne un vantaggio politico, a cominciare dal leader laburista Corbyn, preoccupato più di tentare la scalata alla premiership che non di avere una linea chiara e coerente su come risolvere la questione Brexit.

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