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Brexit, ecco perché la prorogation è stata dichiarata illegittima

di Claudio Martinelli

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4' di lettura

La Brexit non finisce di stupire e di offrire motivi di discussione. Oggi, 24 settembre, la scena è occupata dalla Corte Suprema del Regno Unito che, con una sentenza esplosiva, sancisce che l’intera operazione Prorogation voluta da Boris Johnson è illegittima e da considerare nulla. Ancora una volta la lunga vicenda Brexit ha prodotto una sentenza di importanza storica.

Era già accaduto all’inizio del 2017, quando la stessa Corte aveva scritto una pronuncia di quasi cento pagine per stabilire le modalità con cui gli organi costituzionali avrebbero dovuto attivare la procedura di fuoriuscita dall’Unione Europea, dando così seguito alla decisione assunta dal Corpo elettorale con il referendum del 2016.

In questo caso, invece, la materia del contendere ruotava attorno alla Prorogation del Parlamento “suggerita” dal Premier Boris Johnson verso la fine di agosto e immediatamente accordata dalla Regina. Le caratteristiche peculiari di questo atto, molto discutibili sul piano costituzionale, hanno innescato diversi procedimenti giudiziari ai quattro angoli del Regno.

Ricorsi per far annullare la Prorogation e riaprire il Parlamento sono stati subito presentati presso i tribunali di Edimburgo, Belfast e Londra. I ricorrenti erano innanzitutto dei privati cittadini, in qualche caso gli stessi che avevano animato le iniziative giudiziarie che avevano portato alla sentenza del 2017, come la celebre Gina Miller, ormai quasi un brand negli ambienti giudiziari londinesi visto che quella pronuncia è passata alla storia appunto come Miller Judgement. A costoro si sono uniti anche importanti esponenti politici, come l’ex Primo Ministro conservatore John Major.

Ma al di là dei lodevoli intenti di questa mobilitazione a favore delle prerogative del Parlamento, sul piano strettamente giuridico non vi è dubbio che la questione fosse più controversa di quanto potesse apparire.

La Prorogation in sé non ha nulla di eversivo poiché si tratta di una consuetudine praticata nel Regno Unito da tempo immemorabile. Inoltre, dal 2011 è espressamente riconosciuta anche in una legge chiamata Fixed-Term Parliament Act. Ma vi è un particolare tecnico che complica ulteriormente le cose, determinato dalla differenza tra forma e sostanza che caratterizza l’ordinamento costituzionale britannico.

La volontà di applicare la Prorogation è tutta del Premier, ma l’atto è formalmente della Regina (deliberato il 28 agosto, durante una riunione del Consiglio Privato, tenuta presso la Residenza di Balmoral). E per antica tradizione le corti di giustizia non si considerano competenti a giudicare un provvedimento che proviene dalla Corona, per lo meno da quando il Sovrano ha cessato di essere un organo di indirizzo politico. E infatti, ben consci di queste difficoltà, i ricorrenti hanno cercato di aggirare l’ostacolo impugnando non l’atto formale bensì il “consiglio” di Boris Johnson a Elisabetta II, definito come unlawful, ossia giuridicamente illegittimo.

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Ma che si trattasse di una questione tutt’altro che pacifica è testimoniato dalla contraddittorietà delle sentenze che hanno portato il caso davanti alla Corte Suprema. Le tre pronunce di primo grado danno torto ai ricorrenti dicendo che non si tratta di una materia di diritto ma di una vicenda che attiene ai rapporti politici tra gli organi costituzionali, mentre la sentenza di appello della Corte di Edimburgo sposa la tesi opposta: è una matter of law e questa Prorogation presenta caratteristiche di strumentalità politica che la rendono illegittima.

Questo era il complesso panorama che si trovava di fronte la Corte Suprema quando, martedì 17 settembre, ha iniziato il primo dei tre giorni previsti per le udienze. Nonostante le difficoltà oggettive e consapevole della necessità di dare una risposta al Paese in tempi doverosamente rapidi, nel giro di una settimana ha svolto il giudizio ed emesso la sentenza.

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In sintesi, la Corte stabilisce essenzialmente tre cose.

Il problema in esame è una questione sottoponibile al giudizio di una corte di giustizia perché riguarda i limiti giuridici all’esercizio di un potere: quello del Primo Ministro di “consigliare” alla Regina la Prorogation.
Questo potere del Governo trova un limite in alcuni principi costituzionali, ovvero la sovranità del Parlamento e la responsabilità del Governo nei confronti del Parlamento stesso. Per cui se un atto dell’Esecutivo si pone l’obiettivo di frustrare l’attività parlamentare non può essere costituzionalmente legittimo.

Le proteste contro la prorogation

Questa Prorogation è illegittima perché si propone esattamente con queste caratteristiche: impedire al Parlamento, ossia ai rappresentanti del popolo, di legiferare e, comunque, di far sentire la propria voce nella fase più delicata della Brexit.

Dunque, la Corte conclude, all’unanimità, che la Prorogation è come se non fosse mai esistita (unlawful, void and no effect) e che gli Speaker di Comuni e Lord possono riconvocare immediatamente le loro rispettive Camere.

Lo schiaffo ai piani del Governo Johnson non poteva essere più sonoro e ben assestato. La Rule of Law ha sconfitto la strategia politica. Più difficile è prevedere quali effetti concreti potrà avere nelle prossime settimane sulla Brexit. La deadline del 31 ottobre è sempre lì come un capestro sul negoziato con la Ue. Ancora una volta molto si giocherà sull’intricato tema del confine irlandese. La soluzione del rebus passa sempre da questo nodo. Sicuramente le parti proveranno a scioglierlo nei prossimi giorni ma non è affatto detto che ce la facciano.

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