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Brexit, il guru del Remain: se Johnson perde si andrà a un secondo referendum

Andrew Adonis, ex consulente nel governo Blair e militante anti-Brexit, parla delle elezioni nazionali, l’ascesa di Boris Johnson e gli errori di Corbyn. Il suo pronostico: se il premier non arriva alla maggioranza assoluta, il divorzio potrebbe saltare

di Alberto Magnani


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4' di lettura

«Non si sta votando per Johnson o Corbyn. Si andrà a votare per o contro la Brexit». Quando parla, Andrew Adonis ha qualche motivo per essere fiducioso dei suoi pronostici. L’uomo politico, 56 anni, ha alle spalle un curriculum di quasi quattro decenni sulla scena britannica, partito dalle circoscrizioni locali, passato per i governi laburisti Blair e Brown e approdato alla militanza contro la Brexit.

Oggi Adonis, studi in storia moderna a Oxford e un trascorso come firma del Financial Times e dell’Observer, siede fra le file del Labour alla Camera dei Lord e fa campagna attiva contro il «disastro nazionale e internazionale» scatenato con il referendum del 2016. Ai tempi del gabinetto di Blair, quando si occupava di politiche universitarie, Adonis era considerato una eminenza grigia nel dietro le quinte di Downing Street.

Oggi preferisce occupare la scena e ribadire il suo obiettivo: trasformare il Labour nel «partito del Remain», in opposizione alle pulsioni isolazioniste che animano i conservatori di Johnson. La stessa chiave di lettura che gli permette di interpretare l’intero voto del 12 dicembre come un referendum sulla Brexit. I sondaggi danno i Conservatori in testa, ma basterebbero pochi seggi in meno delle attese a spingere Londra verso un secondo voto sulla Brexit.

Il nodo della maggioranza di Johnson
Il vero discrimine, spiega al Sole 24 Ore, sarà scandito dal risultato di Johnson e il margine di manovra che potrebbe derivargli dalle urne. «L’unica vera questione è capire se Johnson conquisterà o meno la maggioranza assoluta dei seggi - dice - Tutti gli altri partiti sono favorevoli a un secondo referendum. Se Johnson non riesce a fare sua la maggioranza della Camera, tutti gli altri si riuniranno e spingeranno per un secondo referendum sulla Brexit».

Viceversa, dice, un’aritmetica favorevole a Johnson equivarrebbe a un via libera alla Brexit. L’ultima scadenza per Johnson è il 31 gennaio 2020. Con una maggioranza compatta a Wesminster, il premier potrebbe sbloccare lo stallo parlamentare e ottenere l’ok della Camera dei Comuni nei tempi utili.

Lo stesso obiettivo fallito da Theresa May e lo stesso Johnson “grazie” a una maggioranza risicata e ostaggio delle frizioni fra i Tory. «Se Johnson ottiene la maggioranza, allora avrà tutto il margine per gestire il suo partito e ’concludere’ la Brexit - dice - Fino ad allora, però, l’intero processo di Brexit è reversibile perché il divorzio non c’è stato».

Ad Adonis sembra ovvio che l’esito delle politiche sia decisivo per sbloccare, o arginare, un divorzio dalla Ue che tiene in sospeso il paese da tre anni. Ma teme che per l’elettorato non lo sia, e vorrebbe un Labour meno altalenante su questo fronte: «Corbyn dovrebbe far capire che non si vota per lui o per Johnson, ma sulla Brexit».

Perché oggi vincerebbe il Remain
D’altronde, l’aria è cambiata rispetto al 23 giugno del 2016. Adonis è convinto che la maggioranza degli elettori voterebbe Remain in un nuovo referendum, ribaltando il risultato strappato di pochi punti percentuali tre anni fa. Uno fra i tanti spettri che si aggirano sul dopo Brexit è una frattura definitiva del Regno Unito, con la separazione della Scozia e un’ipotesi che dovrebbe terrorizzare le ali più intransigenti dei Conservatori: la riunificazione di Irlanda e Irlanda del Nord, con la permanenza di entrambe nel perimetro Ue.

Lo scenario si è evoluto e gli effetti di lungo termine della Brexit si sono manifestati con più chiarezza. Ma le cause profonde che hanno portato alla Brexit sono rimasti dove erano oltre tre anni fa. Adonis, che si fregia di aver toccato 160 località diverse nell’Isola con i suoi comizi, pensa che le spinte antieuropee siano il frutto di due fattori diversi: uno scetticismo atavico verso il progetto federale della Ue e un senso di frustrazione diffuso per le disuguaglianze sociali imputate alle globalizzazione.

Anzi, i sentimenti antieuropei sono stati solo esacerbati dalla crisi, sfociando in quel voto che ha scisso così radicalmente la City londinese dalle province. «Penso che la Brexit sia in parte colpa del populismo e delle disuguaglianze sociali - dice - Ma penso anche che abbia inciso una diffidenza di fondo per il progetto federale della Ue. Senza quello, la Brexit non avrebbe avuto successo».

Cercansi leader per il Regno Unito
I sovranisti, però, non si sono rinforzati solo con la frustrazione dilagata negli anni della crisi. Il vantaggio competitivo rispetto ai partiti mainstream è la presenza di leader forti e, a modo loro, carismatici. I laburisti ne sono rimasti sprovvisti a lungo, dice Adonis, mentre la linea Corbyn ha avuto più che altro l’effetto di schiacciare a sinistra il partito.

«C’è stata una grande debolezza di leadership nei laburisti, dal dopo Blair ad oggi - dice - Gli unici leader efficaci sono nati nelle forze cosiddette populiste. Penso a Boris Johnson o a Nigel Farage». L’ancora di salvezza momentanea, secondo Adonis, sarebbe quella di insistere su una dimensione europea dei laburisti.

Una presa di posizione capace di attirare voti e facilitare un’intesa «d’emergenza» con i lib-dem e altre forze politiche all’indomani delle urne, sempre con l’obiettivo di riportare i britannici al voto sulla Brexit. In fondo quasi nulla è irreversibile, inclusa la Brexit. «Finora la Brexit non c’è stata - dice Adonis - Per farla succedere, o meno, dipenderà davvero tutto da un voto, quello del 12».

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    Alberto MagnaniRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, formazione, esteri, innovazione

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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