la birra pride passa ai giapponesi asahi

Brexit, Hammond: Ue potrebbe consentire un compromesso. Appello della Regina per un accordo

di An.Man.


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La birra London Pride oggi ceduta ai giapponesi di Asahi

3' di lettura

Nel giorno in cui si pronuncia la Regina e parla Philip Hammond, il più moderato dei ministri del governo di Theresa May, Londra perde il suo Orgoglio: la birra London Pride vecchia di 174 anni passa ai giapponesi di Asahi Group Holdings. Fuller, Smith & Turner Plc che ha venduto, è uno dei pochi operatori britannici che ha fatto un affare nonostante Brexit: ha sfruttato la voglia dei giapponesi di Asahi di ampliare il suo portfolio europeo - il gruppo ha già acquisito Peroni e Grolsch - e ha così incassato 250 milioni di sterline.

Una semplice acquisizione che certo in tempi normali non farebbe alcuna impressione ai globalizzati londinesi è ora letta come un altro segno di malessere di un Regno sempre più smarrito. Tanto che la Regina capo dello Stato, di solito muta per ruolo istituzionale, ha finalmente parlato. Dice Elisabetta ai sudditi: «Nella nostra ricerca di nuove risposte in questi tempi moderni, preferisco le ricette consolidate, come parlare con rispetto e rispettare i diversi punti di vista, raccogliersi per trovare un terreno di intesa e mai dimenticare di fare un passo indietro» afferma Elisabetta. «Per me, questi modi di fare sono immortali e li raccomando a tutti», ha aggiunto davanti ai membri dell'associazione Women's Institute a Sandringham.

Poche ore prima il Cancelliere dello Scacchiere, ovvero il ministro britannico delle Finanze Hammond, diceva che la Ue avrebbe consentito un compromesso sull'accordo per la Brexit in modo da convincere i deputati britannici ad approvarlo anche se ha negato qualsiasi novità sul punto più dolente del trattato ovvero il backstop tra le due Irlande. Qualsiasi riapertura dei negoziati sarebbe comunque una novità perché sinora tutti gli esponenti Ue a partire dal capo negoziatore Michel Barnier hanno detto che non si rinegozia un bel niente e il trattato bocciato dal Parlamento britannico il 15 gennaio scorso è la migliore soluzione possibile per la Ue e il Regno Unito.

Un ammorbidimento tra i partiti ostili all’accordo comunque ci potrebbe essere stato, secondo le indiscrezioni riportate dal Sun: il Democratic Unionist Party (Dup) dell'Irlanda del Nord, finora i più critici dell’accordo della May a causa del backstop, sarebbe disponibile a offrire un appoggio condizionato all'accordo. Dieci voti nordirlandesi che certo non sono decisivi ma comunque sarebbero il segnale che gli malumori sono stati tacitati se non domati.

Brexit, dal referendum alla bocciatura - La timeline

Hammond è tra i ministri di Theresa May che ha sempre lavorato per una Brexit più morbida possibile e ora vuole un compromesso sull’uscita dalla Ue per scongiurare il no deal. Ha parlato molto tra ieri e iggi a Davos e in radio e ha soprattutto cercato di ridimensionare la data del 29 gennaio, quando Theresa May si presenterà ai Comuni con il piano B «non sarà il Mezzogiorno di fuoco della Brexit» dice Hammond che è oggi il controcanto politico del messaggio della Regina. Il ministro si sbilancia dicendosi convinto che l’Ue sarebbe disposta a ridiscutere qualche sua linea rossa se da Londra arrivassero nuove proposte condivise.

Hammond dice anche che con il «no deal» ci sarebbero «intoppi molto gravi» per l'economia britannica che inevitabilmente si contrarrebbe, e per i commerci del Paese. Il “no deal” non è nell’interesse dei britannici, dice il ministro, e lo paragona a una situazione di default.

“No deal” che tuttavia May si ostina a non voler escludere del tutto: la premier usa l’argomento “nessun accordo” come arma di ricatto contro chi le ha bocciato il trattato d’uscita perché spauracchio di tanti: del leader laburista Jeremy Corbyn, delle altre forze d'opposizione, delle stesse colombe fra i conservatori, oltre che di tutto il mondo del business.

Juncker-Varadkar, intensificata preparazione no deal
Bruxelles intanto si prepara a tutte le eventualità. «Piena solidarietà» con l'Irlanda e «stretta cooperazione» anche per «intensificare i preparativi nelle prossime settimane per un no-deal» sulla Brexit, ha assicurato il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker nella sua telefonata di ieri con il premier irlandese Leo Varadkar, riferisce un portavoce dell'esecutivo comunitario. Premier iralndese che non ha escluso la necessità di mandare l’esercito al confine con l’Irlanda del Nord in caso di Brexit caotica.

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