le dimissioni della premier

Brexit incompiuta, partito e Paese divisi: l’eredità «avvelenata» di Theresa May

di Nicol Degli Innocenti


Theresa May piange: grata di aver servito il paese che amo

4' di lettura

Non c’è tregua per Theresa May: anche nel giorno delle sue dimissioni ufficiali la cronaca le ricorda quanto la mancata Brexit abbia danneggiato il partito conservatore. La premier britannica lascia l’incarico in anticipo, come annunciato due settimane fa, con una lettera inviata al presidente del partito Brandon Lewis.

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La notizia però è che il partito conservatore è stato retrocesso a terzo partito nelle elezioni suppletive di Peterborough. L’opposizione laburista ha mantenuto il seggio per meno di 700 voti, mentre il Brexit Party di Nigel Farage è arrivato secondo, sottraendo voti ai conservatori. L’elezione, la prima dopo il terremoto delle europee , conferma che l’uscita dall’Unione Europea è diventato il tema centrale della politica britannica e che il partito al potere ha molto da temere dal Brexit Party fondato solo poche settimane fa da Farage.

L’esito di Peterborough contribuisce al senso di delusione e fallimento alla fine del breve regno della May. Come lei stessa aveva detto annunciando la sua uscita di scena anticipata, le resta il grande rammarico di non essere riuscita ad attuare Brexit come avrebbe voluto e come avevano chiesto gli elettori nel referendum del 2016. Esce di scena senza avere compiuto l’unica missione che si era posta.
La premier lascia formalmente l’incarico, ma resterà a Downing Street fino a quando sarà eletto il suo successore l’ultima settimana di luglio. Con il senso del dovere che anche i nemici le riconoscono rispetterà gli impegni e svolgerà i suoi compiti con diligenza fino all’ultimo istante, pur avendo perso potere, prospettive e credibilità.

La copertina di Private Eye, il settimanale satirico più diffuso, sintetizza tutto questo con brutale franchezza. Il titolo annuncia un numero speciale sull’eredità politica della May e il resto della copertina è vuoto. Una pagina bianca a indicare che la premier non ha fatto nulla di memorabile e che oggi lascia all’insegna del fallimento.
Il tentativo di lasciare la Ue ha dominato ogni minuto del breve regno della May: senza Brexit l’ex ministro degli Interni non sarebbe mai diventata leader, ma Brexit ha anche causato la fine della sua carriera politica.
All’interno del partito conservatore la figlia di un pastore anglicano cresciuta nelle campagne inglesi era considerata una persona seria e affidabile e una grande lavoratrice ma senza l’esperienza e il carisma necessario per diventare leader.

La sua posizione tiepida su Brexit – dalla parte di Remain ma senza entusiasmo e senza fare campagna elettorale – le ha permesso di essere nominata leader del partito dopo il cataclisma del referendum, le dimissioni improvvise di David Cameron e il ritiro degli altri concorrenti.
La sua nomina oggi è considerata un errore e non a caso il partito conservatore è deciso a evitare un’altra “incoronazione” del nuovo premier. Chiunque siano i due finalisti selezionati dai deputati dalla rosa di undici candidati, la scelta finale sarà fatta dalle decine di migliaia di membri del partito come previsto dalle regole.

La May ha commesso molti errori da premier . Il primo è stato quello che ha caratterizzato tutto il suo regno: ha focalizzato la sua attenzione e dedicato i suoi sforzi a mantenere unito il partito conservatore (invano), curandosi assai meno sia del Paese che della Ue. Per farsi perdonare il passato da Remainer è diventata più realista del re. Al grido di “Brexit means Brexit” ha posto condizioni stringenti all’uscita dalla Ue, di fatto impedendo negoziati significativi con Bruxelles.
Il suo secondo errore è stato quello di far scattare il conto alla rovescia verso l’uscita dando l’interpretazione più rigida possibile del risultato del referendum. Gli elettori avevano solo deciso di uscire dalla Ue. La gamma di possibilità era vasta. La May ha deciso di escludere di restare nel mercato unico o nell’unione doganale e ha insistito per la fine della libera circolazione delle persone.

Nei negoziati ha trascurato il business e completamente ignorato il settore dei servizi, cruciale per l’economia britannica. Da ex ministro degli Interni ferocemente anti-immigrazione, la sua priorità nei negoziati è stata chiudere le frontiere ai cittadini Ue, a scapito di tutto il resto.
Il suo terzo errore è stato quello di indire elezioni anticipate a sorpresa nel 2017, convinta di rafforzare la sua posizione in Parlamento. Un boomerang: i conservatori hanno perso la maggioranza e la May si è trovata ostaggio del Dup, gli unionisti irlandesi che più di ogni altro hanno ostacolato l’approvazione dell’accordo di recesso.
Dopo la sconfitta alle urne, il quarto errore della May è stato quello di non aprire un dialogo con i partiti di opposizione per trovare un compromesso accettabile a tutti. Una leader meno dogmatica e più inclusiva avrebbe cercato di trovare terreno comune invece di escludere del tutto il 48% dell’elettorato che aveva votato Remain.

L’accordo faticosamente raggiunto con Bruxelles è stato respinto sia dall’opposizione sia da gran parte dei Tories. Per restare in carica, la May ha dovuto promettere per ben tre volte di dimettersi. È sopravvissuta a un voto di sfiducia ma il suo accordo non è passato.
Negli ultimi mesi la premier ha avuto un unico obiettivo: far approvare il suo accordo per poter lasciare l’incarico a testa alta. Per raggiungerlo ha tentato strade che avrebbe dovuto percorrere molto tempo prima, ma le sue tardive aperture l’hanno solo resa invisa a tutti.
Inaffidabile e al tempo stesso irremovibile, la May ha tentato di tutto per raggiungere la sua meta. Difficile dire se per ambizione personale o per una genuina convinzione che il suo accordo fosse la soluzione migliore per il Paese.
In attesa del verdetto della storia, il brutale dato di fatto è che oggi la May lascia avendo fallito nell’unico obiettivo che si era posta. Brexit è incompiuta e il partito e il Paese sono divisi come non mai.

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