NUOVO ROUND DI NEGOZIATI

Brexit, Londra ammette la violazione del diritto internazionale. Johnson aveva minacciato il «no deal»

Si dimette il consigliere legale del governo in polemica con la decisione di rivedere parti del protocollo sull’Irlanda del Nord. Il premier britannico tira la corda ma la revisione dell’accordo potrebbe far saltare tutto

di Angela Manganaro

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Si dimette il consigliere legale del governo in polemica con la decisione di rivedere parti del protocollo sull’Irlanda del Nord. Il premier britannico tira la corda ma la revisione dell’accordo potrebbe far saltare tutto


4' di lettura

Il 7 settembre Il premier britannico Boris Johnson aveva minacciato il no deal, un ritiro del Regno Unito dalla Ue senza accordo soprattutto commerciale. L’8 settembre si materializza la maggiore preoccupazione dei negoziatori europei: non la propaganda del premier ma il progetto di legge che ci sta dietro e che il 9 settembre sarà presentato al parlamento britannico. Un progetto di legge che straccia la parte dell’accordo già raggiunto sui confini tra Irlanda e Nord Irlanda in un senso inaccettabile per l’Unione europea. Una revisione dell'accordo che violerebbe il diritto internazionale «in un modo molto specifico e limitato», ammette ora in Parlamento il segretario di Stato per l'Irlanda del Nord Brandon Lewis.

Si dimette il super avvocato del governo

Tutto questo avviene nelle stesse ore in cui si dimette il più importante consigliere legale del governo, Jonathan Jones che si dice «costernato» dalla decisione politica di riscrivere parti del protocollo sull’Irlanda del Nord.

Quindi l’ultimatum lanciato ventiquattro ore prima da Johnson era solo il prologo. A ben vedere la data limite, il 15 ottobre, con cui Johnson ha dato alle parti tempo per trovare un accordo pena la mancanza tout court di un accordo di libero scambio tra Uk e i 27 Paesi Ue, non è la minaccia peggiore. La minaccia peggiore è questo progetto di legge che potrebbe mandare all’aria quanto finora convenuto durante i negoziati e appunto spianare la strada a un «no deal».

Rimettere in discussione la questione dei confini aperti fra Irlanda e Irlanda del Nord, scoglio su cui è naufragata l’ex premier Theresa May, vuol dire rischiare la rottura anche se non si intravede bene la strategia di un leader negli ultimi mesi indebolito. Il premier Johnson ha tanti problemi, non ha gestito bene l’ondata pandemica e lo sa, l’economia britannica va male, si fa debito come non si è mai fatto, i contagi sono ripresi anche se si è lontani dai numeri terribili della primavera. In più girano voci che si voglia dimettere per questo disastro (improbabile) e che i britannici non vogliano più uscire dalla Unione europea come una volta (possibile, sostengono alcuni sondaggi).

Già prima dell’ammissione del sottosegretario Lewis, i vertici Ue non sembravano avere nessuna voglia di farsi intimidire dal premier britannico, e invitavano Johnson al rispetto del diritto internazionale. «Potremmo perdere il Regno Unito, ma non perderemo la nostra forza d'animo» twittava il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. «Primo ministro» Johnson, «non esiste un buon risultato nella Brexit. Invece di prendere di nuovo in ostaggio l'Irlanda del Nord, sarebbe meglio che mantenesse la parola e rispettasse l'accordo di recesso» twittava il leader del Ppe al Parlamento europeo, Manfred Weber.

Tensione sui negoziati

Nel frattempo, il negoziatore capo per la Ue, Michel Barnier, si diceva molto pessimista alla vigilia dell’incontro con la sua controparte, il britannico David Frost che sulla scia del premier Johnson ha rilasciato il 6 settembre dichiarazioni poco concilianti sulla possibilità di andare via «non siamo affatto spaventati».

Johnson da parte sua indica nel Consiglio europeo di ottobre l’appuntamento risolutivo: bisogna trovare «un accordo con gli amici europei - dice - secondo la nostra ragionevole proposta di un trattato di libero scambio standard come quello che la stessa Ue ha raggiunto col Canada»; oppure accettare l'inevitabile e «andare avanti» verso una relazione commerciale amichevole “e aperta”, ma non regolata da altro se non dalle regole del Wto, come accade fra l'Unione e la remota Australia. Un accordo sul modello canadese, sostiene Johnson, è ancora possibile, ma solo a patto che sia Bruxelles «a rivedere le sue posizioni attuali» poiché il Regno non intende derogare dalla promessa di recuperare dopo la fine della transizione il 31 dicembre «il pieno controllo delle sue leggi, regole o acque per la pesca» nonché il diritto di tornare a essere “un Paese indipendente”, libero tra l'altro di commerciare con qualsiasi Stato al mondo per prosperare “potentemente” in avvenire.

Simile propaganda cede il passo a un pragmatico e più dialogante tono quando Johnson si sente al telefono con Macron, e in questa occasione i due leader si dicono d’accordo sul fare in fretta e concludere il prossimo mese.

Il progetto della discordia: l’Internal Market Bill

Ma al di là delle dichiarazioni ufficiali, governo e maggioranza guidati da Johnson sembrano prepararsi a un autunno di battaglia con l’Ue. Prova ne è la presentazione mercoledì 9 settembre in Parlamento di questo progetto di legge nazionale - denominato Internal Market Bill - che secondo il governo britannico chiarisce i limiti agli impegni già presi nell'accordo di divorzio per preservare la frontiera aperta fra Belfast e Dublino, come previsto dalla storica pace del Venerdì Santo 1998.

“Chiarimenti” che nell'interpretazione di Londra dovranno garantire - anche in caso di no deal commerciale - un transito merci interno senza barriere fra Ulster e resto del Regno; ma che vengono considerati “un tradimento” o un gioco d'azzardo sia dall'opposizione laburista sia dai partiti repubblicani o moderati nordirlandesi.

Mentre a Westminster sarà presentato questo progetto di legge, riprenderanno per un nuovo round i negoziati tra Regno Unito e Unione. Non certo sotto i migliori auspici.

La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen - ha avverto che i chiarimenti di questo Internal Market Bill non possono dare al parlamento britannico alcun potere di aggirare l'accordo di recesso «obbligo di diritto internazionale e prerequisito d'ogni partnership futura». Ieri 7 settembre la sterlina ha perso il 2,4 per cento, oggi 8 settembre le dimissioni di Jones, ovvero di colui che ha dato i consigli giuridici al testo dell’accordo che ora si vuole rimettere in discussione.

Articolo aggiornato l’8 settembre

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