Corbyn: «Non sei credibile»

Brexit, respinta mozione Johnson: no a elezioni il 12 dicembre

Il premier britannico presenta una mozione per andare alle urne il 12 dicembre, ribadendo che avrebbe preferito centrare l’obiettivo dell’uscita dalla Ue il 31 ottobre. Ma il leader laburista risponde picche: «Non è credibule»

di An.Man.


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(AP Photo/Kirsty Wigglesworth)

3' di lettura

Nella serata di lunedì 28 ottobre la Camera dei Comuni ha respinto la mozione del governo britannico di Boris Johnson con cui si chiedevano elezioni politiche anticipate il 12 dicembre. Il mancato sì dell’opposizione laburista ha impedito di raggiungere il necessario quorum dei due terzi, come già in altre due occasioni. Al governo Tory resta ora la strada di sostenere la nuova proposta di altri due partiti d’opposizione, LibDem e Snp, per andare al voto il 9 dicembre modificando a maggioranza semplice la legge vigente sulle elezioni.

Il Parlamento «ha esaurito la sua funzione»
«Questo Parlamento ha esaurito la sua funzione». Così Johnson ha argomentato la mozione presentata dal suo governo per chiedere alla Camera dei Comuni l’ok ad elezioni anticipate il 12 dicembre. Il premier Tory aveva aggiunto che avrebbe «preferito attuare la Brexit» il 31 ottobre come aveva promesso, accusando la Camera di aver rinviato il suo deal e l’opposizione di non rispettare il referendum del 2016: il risultato è un rinvio di «altri tre mesi» che il popolo non vuole e a un costo di «un miliardo di sterline al mese in più».

Corbyn risponde no
Il leader laburista Jeremy Corbyn gli ha risposto per le rime: «Io non mi fido del primo ministro e la maggioranza del Paese non si fida», ha detto. Corbyn ha accusato il premier di essersi rimangiato «tutte le promesse» sulla Brexit e di volere elezioni anticipate, ma non a dicembre, almeno fino a quando non ci saranno garanzia che il no deal non sia «escluso dal tavolo».

Arriva la «Flextension»
Mentre si conia un nuovo neologismo, ora si parla di «flextension» per intendere l’estensione flessibile fino al 31 gennaio 2020 che l’Unione europea ha concesso al Regno Unito, il premier britannico Boris Johnson aveva deciso lo scontro frontale con i parlamentari britannici che gli hanno impedito di uscire in fretta e furia il 31 ottobre come aveva solennemente promesso pena «la morte in un fosso».

Johnson è tutt’altro che moribondo, è viva la sua rabbia contro i deputati rei di non avergli permesso di mantenere la promessa, è colpa loro, dice, se il Regno Unito si trova in questo limbo, il Paese sarebbe già fuori dal blocco dei 27 se Westminster non avesse tergiversato.

I piani di Boris
Con questa premessa, il premier ha proposto una mozione per sciogliere la Camera dei Comuni il 6 novembre e andare così a elezioni anticipate il 12 dicembre. Con questa combinazione la Camera dei Comuni potrebbe approvare la legislazione che supporta l’accordo per il ritiro dalla Ue. Con il risultato favorevole dopo una nuova elezione, Johnson spera di avere una maggioranza in grado di ultimare la Brexit e non essere così appeso ai dieci voti degli unionisti nordirlandesi che ormai sono i nemici in casa di questo governo di minoranza che ha decretato le dimissioni e la fine politica della precedente premier Tory, Theresa May.

Uno scontro tutto interno
Johnson è andato in parlamento per portare a casa la data del voto, e ha così preso tempo sulla «flextension» , la proroga flessibile: fa infatti dire al suo portavoce che si pronuncerà sul punto solo dopo averne conosciuto i dettagli. Stavolta - come e più del solito nella lunga saga Brexit - lo scontro è tutto interno, insulare. Nel pomeriggio 28 del ottobre e nella giornata del 29, Johnson combatterà per il voto prima di Natale, fonti del governo fanno sapere che se l’opposizone laburista nel pomeriggio voterà contro la data del 12 dicembre, il premier riproporrà identica mozione il 29 ottobre. Proprio in questo giorno si dimetterà uno dei più temibili avversari di Johnson: John Bercow, speaker della Camera dei Comuni che ha intralciato in tutti i modi che la legge gli concesso l’uscita frettolosa dalla Ue, lascerà l’incarico. E questa, per il premier, è un’ottima cosa. (An. Man.)

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