l’analisi

Brexit, l’economia non reggerà a lungo il caos della politica

di Leonardo Maisano


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(EPA)

2' di lettura

I numeri e i fatti tracciano, all’apparenza, immagini contraddittorie. All’impazzimento della politica britannica risponde la tenuta dell’economia, ai fallimenti di Theresa May sulla Brexit replica un Pil che non crolla, una disoccupazione che non s’impenna, una sterlina che si scuote, ma non precipita. La Brexit è sempre lì, avvinghiata a un tutto e a un niente che autorizzano ancora a immaginare per Londra un divorzio senza rete, oppure un’uscita morbidissima, o addirittura la revoca dell’annunciata separazione. Il caos una volta di più di una politica che non riesce a scegliere, prodotto di una leadership di cui va, forse, premiata la determinazione ma biasimata la cocciutaggine nel perseguire le errate scelte iniziali. Quelle che la spinsero ad abbracciare una Brexit estrema, a battersi contro il coinvolgimento del Parlamento nel processo decisionale, ad annunciare una data di uscita sulla scorta di un compromesso tanto inaccettabile da aver trasformato il giorno della trionfale uscita in quello del suo personale fallimento.

Vedremo se la prossima settimana il Parlamento troverà una piattaforma comune per offrire una exit realistica e condivisa, vedremo se il Paese davvero – come si sussurra – opterà per elezioni che spaventano la City forse più della Brexit, per il radicalismo del programma del leader laburista Jeremy Corbyn possibile vincitore.

La Gran Bretagna per ora resta parcheggiata al bivio della sua storia e da lì flirta con l’idea di riuscire a gestire - in termini economici – le follie della politica. Non è così se si legge il rapporto del Cer (Centre for European Reform) sul costo già pagato per una Brexit non ancora accaduta: il 2,5% del Pil s’è dissolto dal giugno del 2016 ad oggi. Non sarà così se i britannici finiranno di dar fondo ai risparmi privati o a ingrassare l’indebitamento delle famiglie, sostenendo consumi che consentono al Pil di attutire le conseguenze del calo degli investimenti causato da Brexit.

Per questo crediamo che i numeri dell’economia non reggeranno ancora a lungo i fatti di una politica che si è ridotta a puro assalto alla diligenza del potere. Non si può leggere diversamente la decisione dell’ex ministro degli esteri Boris Johnson di votare sì al deal di Theresa May che lui stesso aveva sempre osteggiato quando la premier ha promesso di dimettersi in caso di vittoria a Westminster.

Il cinismo della politica sa toccare punte estreme, va da sé. In queste ore, tuttavia, stiamo assistendo alla scalata di picchi inesplorati. Vedremo fino a quando e a quale prezzo. Tutto resta possibile, ma il 29 marzo 2019 porta con se la (quasi) matematica certezza della partecipazione britannica alle elezioni europee. Effetto paradosso di una Brexit incompiuta che i britannici, probabilmente, non vogliono più.

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