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Brexit, i Paesi Ue concedono alla May due settimane in più

di Beda Romano


Brexit, May a Bruxelles: qui per chiedere breve proroga negoziato

3' di lettura

BRUXELLES – Dopo una lunghissima e inattesa trattativa, i Ventisette hanno trovato nella serata del 21 marzo un accordo sulla richiesta inglese di rinviare l’uscita del Regno Unito. Nei fatti i capi di Stato e di governo hanno concesso una proroga di circa due settimane per permettere al Regno Unito di capire se vi è spazio per consentire a Westminster di approvare un accordo di recesso che il Parlamento britannico ha già bocciato due volte in meno di due mesi.
L’accordo a Ventisette prevede che nell’ipotesi di un benestare all’intesa di divorzio la settimana prossima, l’uscita del Regno Unito dall'Unione sia spostata dal 29 marzo al 22 maggio, pur di evitare con la continua presenza inglese nell’Unione di inquinare l’organizzazione delle elezioni europee del 23-26 maggio. Altrimenti, Londra ha tempo fino al 12 aprile per decidere se intende organizzare il voto europeo. In caso di decisione negativa, la Gran Bretagna dovrebbe lasciare l’Unione quello stesso giorno.

La trattativa è durata oltre cinque ore, ed è stata molto più lunga del previsto. Durante la discussione, si sono moltiplicate le richieste di alcuni governi. Addirittura, la Polonia - preoccupata per la sorte della sua nutrita comunità nazionale in Gran Bretagna? - ha proposto una proroga di nove mesi, fino alla fine del 2019, senza condizioni. A dire di alcuni diplomatici, i contrasti tra i Ventisette hanno soprattutto riguardato il modo in cui evitare di essere accusati da Londra di avere provocato un hard Brexit.

Nei giorni scorsi, la premier Theresa May aveva scritto al presidente del Consiglio europeo Donald Tusk chiedendo una proroga fino al 30 giugno dei due anni previsti dall'articolo 50 tra la data di notifica di voler uscire dall'Unione e l'uscita vera e propria del paese. La richiesta inglese per scongiurare un hard Brexit era giunta dopo che nei giorni scorsi Westminster aveva respinto per la seconda volta in due mesi l'accordo di recesso negoziato tra Londra e Bruxelles.

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Punto fermo della maggior parte dei governi è stato questa sera di escludere d'emblée un rinvio di tre mesi, per paura di mettere in pericolo l’organizzazione stessa delle elezioni europee. Come detto, da paese membro il Regno Unito sarebbe chiamato ad organizzare le consultazioni anche sul proprio territorio, nonostante Brexit. In assenza di un voto anche in Gran Bretagna, il nuovo Parlamento europeo rischierebbe di essere invalido da un punto di vista giuridico.

La trattativa tra i Ventisette è stata accesa e nervosa come non mai, rivelando tensioni che i governi erano riusciti in questi anni di trattative a scongiurare. Nei fatti il meccanismo ideato ha non pochi meriti. Dà tempo a Londra perché approvi l'accordo di recesso, nei fatti fino al 12 aprile; riduce l'incertezza; evita che i Ventisette siano costretti a decisioni dell'ultimo secondo; associa la scelta inglese se rimanere o meno nell’Unione all'organizzazione del voto europeo.

Il meccanismo non esclude del tutto una uscita disordinata del Regno Unito dall’Unione il 29 marzo, anche se lo rende meno probabile. Diplomatici spiegavano questa sera che la signora May avrebbe dato il suo benestare informale all’intesa tra i Ventisette. La scadenza del 12 aprile non è stata scelta per caso. Secondo la legislazione britannica, entro questa data il governo inglese deve iniziare ufficialmente i preparativi per organizzare le elezioni europee.
«La questione Brexit ha stancato - spiegava questa sera un diplomatico -. Al tempo stesso i Ventisette non vogliono apparire come coloro che hanno provocato qualche forma di hard Brexit, di uscita disordinata del Regno Unito dall'Unione». Per la prima volta nelle trattative con Londra, la vicenda ha mostrato crepe tra i Ventisette; ma stando ai primi resoconti, e al netto della posizione polacca, i dissensi hanno riguardato la tattica con cui affrontare la vicenda, piuttosto che la sostanza.

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