L’INCOGNITA

Brexit, Londra rischia davvero di votare alle Europee? Tutti gli scenari

di Alberto Magnani

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3' di lettura

L’ipotesi, al momento, fatica a imporsi su entrambe le sponde della Manica. Ma esiste: in caso di rinvio della Brexit oltre la sua data di avvio ufficiale, il 29 marzo 2019, i cittadini britannici potrebbero essere chiamati al voto per le elezioni europee del 2019. Una beffa che farebbe da suggello a tre anni di negoziati e diversi testacoda del processo di divorzio, incluso lo scenario di un secondo referendum dopo quello del 23 giugno 2016.

Alcuni sondaggisti si stanno sbizzarrendo sulle proiezioni di voto per elezioni, raccogliendo gli umori di un elettorato che mostra disaffezione per il partito di governo (i conservatori) e qualche stanchezza per l’opposizione laburista. Ma la domanda che incombe è, soprattutto, di natura tecnica: quali condizioni obbligherebbero Londra a votare alle elezioni di maggio? Il Regno Unito dovrebbe esprimere davvero il suo drappello di parlamentari, sia pure con la prospettiva di una permanenza momentanea a Bruxelles e alle plenarie di Strasburgo? Ecco gli scenari principali.

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Rinvio breve: niente elezioni
Nel suo discorso al Parlamento del 26 febbraio, Theresa May ha rimarcato un concetto: il rinvio della Brexit oltre la scadenza del 29 marzo sarebbe, comunque, «breve e limitato». Sì, ma quanto breve? Il problema, come ha già scritto il Sole 24 Ore, non si porrebbe del tutto nel caso di un divorzio entro al 22 maggio, la vigilia delle elezioni per il Parlamento: l’uscita prima del voto annullerebbe in automatico l’ipotesi di tornare alle urne. Se il rinvio fosse di tre mesi esatti, dal 29 marzo al 29 giugno, la questione si farebbe più scivolosa. Londra potrebbe inviare a Bruxelles una delegazione di rappresentanti senza passare pe rle urne, come è già avvenuto nel caso di paesi che hanno fatto il proprio ingresso nella Ue a legislatura iniziata. L’esempio più recente è quello della Croazia, entrata nel perimetro comunitario il 1 luglio 2013 (un quasi un anno prima rispetto alla successiva tornata elettorale, nel maggio 2014), ma un caso analogo si era registrato anche nel 2007 con gli ingressi di Bulgaria e Romania nel 2007. Un’ulteriore interpretazione stabilisce che il vero spartiacque sarebber l’insediamento del nuovo parlamento, e non la sua elezione. In questo caso, il termine massimo slitterebbe al 30 giugno 2019.

Rinvio medio-lungo, perché votare diventa obbligatorio
L’ipotesi del voto alle europee si farebbe più consistente con un rinvio più ampio, o comunque tale da superare la data del voto alle elezioni europee e dell’insediamento del parlamento. In quel caso il governo britannico potrebbe essere obbligato a garantire il diritto di voto ai suoi cittadini, pena la contestazione di fron te alla Corte di giustizia del Lussemburgo. La tesi, già diffusa da alcuni eurodeputati, sta trovando riscontri a livello istituzionale. Un report commissionato dal parlamento tedesco ad alcuni giuristi, e visionato dal quotidiano Die Welt, spiega che le «mancate elezioni» equivarebbero a negare «un nucleo centrale di diritti conferiti ai britannici dalla cittadinanza dell'Unione». Lo scenario è critico, anche perché i tempi di dilazione ipotizzati vanno anche oltre i tre mesi suggeriti dal governo May. «L'Europa chiede di rinviare addirittura al 2021, e in quel caso diventerebbe obbligatorio andare alle urne - spiega al Sole 24 Ore la politologa Louisa Rosemary Parks, in cattedra all’Università di Trento - Il governo considera solo l'ipotesi di un rinvio più breve, ma se si andasse oltre? Emergerebbero problemi».

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Lo spettro delle elezioni che (quasi) nessuno considera
Da Bruxelles fanno sapere che il parlamento si sta concentrando solo sull’ipotesi di una Brexit regolare, al via il 29 marzo 2019 come nelle previsioni originarie. In caso contrario, però, l’obbligo di voto per il Regno Unito rischia di trasformarsi in un mal di testa giuridico notevole per entrambe le parti al tavolo. La Ue dovrebbe attrezzarsi per riconsiderare la composizione dell’Eurocamera, magari ritoccando il totale di seggi assegnati per il voto (705, contro i 751 istituti fino al 2014). Londra si troverebbe a gestire un voto continentale nell’arco di poco più di due mesi, con tutte le conseguenze economiche e organizzative del caso. «Nessuno sta pensando a quello che potrebbe succedere nel caso fossimo costretti a votare, ma direi che questo è indicativo della situazione - dice ancora Parks - Sembra quasi che in Gran Bretagna si inventino soluzioni senza parlare ai colleghi europei». Paradossalmente, proprio la “minaccia” del voto è uno dei fattori che possono giocare a favore di Theresa May e dell’accordo già respinto dalla Camera dei Comuni britannica. Il 12 marzo il parlamento deve esprimersi sul suo deal, e alcuni contano su un’approvazione in extremis.

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