I conservatori: nostro ok PIù PROBABILE

Brexit, May: mi dimetto se passa accordo. La Camera boccia tutte le opzioni di piani B

di Alb.Ma.


Brexit, May ancora ko ma non cede

4' di lettura

Theresa May è pronta alle dimissioni se il suo accordo di Brexit incasserà il via libera entro la settimana. Lo ha dichiarato la stessa premier ai deputati conservatori durante una riunione privata del Comitato 1922, un gruppo interno alle file dei conservatori, secondo un’indiscrezione trapelata sui media inglesi e confermata da una nota di Downing Street. «Sono pronta a lasciare questo lavoro prima di quanto intendessi - ha detto May - Con il fine di fare quello che è giusto per il nostro paese e il nostro partito». La premier ha chiesto che tutti i deputati «appoggino l’accordo, così da completare questo impegno storico». Il primo ministro si è detta consapevole del «desiderio di un nuovo approccio» che attraversa il partito, sempre più lacerato da mesi di tira-e-molla sul divorzio da Bruxelles.

Le parole della premier confermano quello che era già emerso in giornata: May è intenzionata a “barattare” le sue dimissioni con il via libera della Camera al suo accordo, per la terza volta ai voti dopo una doppia bocciatura con 230 e 149 voti di scarto. Mano a mano che si avvicina la scadenza per l’avvio del divorzio, ora slittata al 12 aprile, alcune fronde del partito conservatore potrebbero riaggiustare il tiro e concedere il proprio appoggio in extremis a May. Ma nel frattempo è già arrivato il primo no, secco, degli unionisti nordirlandesi: il Democratic unionist party ha già dichiarato di «non poter sostenere il governo» per un accordo che «minaccia l’integrità del Regno Unito».

Le divisioni interne alla maggioranza
L’altolà del Dup, rappresentato a Westminster da 10 deputati, non chiude comunque tutti gli spiragli per l’approvazione dell’accordo strappato da May ai partner europei. Jacob Rees-Mogg, il deputato che aveva capeggiato l’ala più oltranzista dei Tory, dichiara che «le possibilità che l’accordo sulla Brexit venga approvato sono molto più probabili». Anche l’ex ministro Boris Johnson, a mesi dalla rottura con la premier, è tornato sui suoi passi e sarebbe ora incline a votare in favore dell’accordo. Ora si tratta di far quadrare i conti di una vittoria che sarebbe, comunque, più che risicata. Il governo May punta a un voto sul suo deal entro venerdì 29 marzo. Secondo i calcoli del quotidiano Times, May ha bisogno di “recuperare” 75 deputati fra le file del suo stesso partito, la destra nordirlandese e qualche transfugo dall’opposizione laburista. Per il momento solo 40 parlamentari sarebbero pronti a dare il proprio appoggio.

Il vincolo per May, ribadito sempre dallo speaker Bercow, è di garantire che l’accordo venga proposto in aula con «modifiche sostanziali» rispetto al testo già affossato a ripetizione dalla Camera. Nel frattempo, i deputati hanno respinto tutti gli otto «voti indicativi»: otto opzioni alternative all’accordo di May, dalla convocazione di un secondo referendum al ritiro dell’articolo 50, selezionati da Bercow su un totale di 16 proposti. La bocciatura di tutte le otto mozioni rivela che non esiste una maggioranza compatta su nessuna opzione alternativa alla Brexit di May, dato che può forse facilitare il suo accordo in vista del voto di venerdì.

Respinte tutte e otto le mozioni alternative
I parlamentari possono avanzare dei suggerimenti su come emendare l’accordo di Brexit: l’obiettivo è verificare quale sia il grado di consenso attorno alle varie ipotesi, influenzando così l’indirizzo della stessa May. Il governo non è tenuto a osservare le indicazioni del Parlamento, perché non sono vincolanti e May ha già chiarito di non avere intenzione di riaprire il dialogo con la Ue sull’accordo strappato a suo tempo. Resta il fatto che un grosso consenso su almeno una delle otto opzioni rivelerebbe qual è l’orientamento della Camera sulla modalità di uscita dalla Ue, aumentando ancora di più la pressione su May e il suo (terzo) tentativo di far passare l’accordo. In ogni caso, Bercow ha dato il via libera agli emendamenti che seguono, tutti però respinti dall’aula:

- Mozione B, proposta dal deputato John Baron: il Regno Unito deve lasciare la Ue il 12 aprile, senza accordi diplomatici (la cosiddetta uscita no-deal). Mozione respinta con 400 voti contrari e 160 a favore.

- Mozione D, «Mercato comune 2.0», proposta dal deputato Nick Boles: un accordo di uscita che garantisca rapporti simili a quelli tra la Ue la Norvegia, con la permanenza nel mercato unico e accordi ad hoc sul fronte doganale. Mozione respinta con 283 voti contrari e 188 a favore.

- Mozione H, proposta dal deputato George Eustice: rimanere un membro dello Spazio economico europeo e fare domanda per universi alla European free trade association (Efta). Mozione respinta nettamente (65 sì contro 377 no).

- Mozione J, proposta dal deputato Kenneth Clarke: l’accordo di Brexit deve includere l’impegno a negoziare l’unione doganale con la Ue per tutta la Gran Bretagna. Mozione respinta di un soffio (272 contro 264).

- Mozione K, il «piano alternativo dei Labour», proposta dal leader dell’opposizione Jeremy Corbyn: una stretta collaborazione economica con la Unione euriopea, che preveda l’unione doganale e «un forte allineamento» sul mercato unico. Mozione respinta 307 contro 237.

- Mozione L, proposta da Joanna Cherry: ritirare l’articolo 50, la procedura di divorzio dalla Ue, se il parlamento non permette l’uscita senza accordo (respinta 293 a 184).

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti