Esportazioni

La Brexit non frena la voglia di Made in Italy degli inglesi

di Simone Filippetti

4' di lettura

Ci sono 20 miliardi di motivi commerciali che legano Italia e Regno Unito: è il peso dell’interscambio tra i due paesi. E la bilancia pende tutta a vantaggio dell’Italia: l’export vale 15 miliardi, l’import solo 5 miliardi. Un tesoretto che rischia di perdersi, tra i postumi del mondo Covid (più del previsto) e gli ostacoli burocratici di Brexit (meno del previsto).

I dati della bilancia commerciale

Prima della pandemia, la bilancia commerciale segnava 23 miliardi. Poi, nel 2020, con il mondo bloccato in casa, si è perso circa un 30%. Nel 2021 fino a ottobre, ultimi dati dell’ITA-Ice di Londra, dove è arrivato il nuovo direttore Giovanni Sacchi, l’interscambio è risalito a 19 miliardi. Ora che la Gran Bretagna sta tornado a una normalità (al netto delle nuove restrizioni per chi viaggia con la recente variante Sudafricana), i prodotti italiani, dal cibo al design, dai mobili alla moda, sono desiderati ancora di più. Mancano ancora alcuni miliardi all'appello, ma soprattutto il rischio è che l'Italia, presa dal dibattito interno su vaccini e PNRR; e vittima di pregiudizi anti-britannici, perda il treno su cui da anni viaggia comodamente.

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Grandi acquirenti

Il Regno Unito è uno dei maggiori compratori di prodotti italiani: Brexit o non Brexit, il Made in Italy piace. Ma ora è diventato più difficile comprarlo e più costoso. Ecco che allora dal palco dell'assemblea annuale della ICCIUK, la camera di commercio italo-britannica, presieduta da Alessandro Belluzzo, il segnale che arriva al Made in Italy è chiaro e forte: il paese non può permettersi il lusso di abbandonare un mercato di sbocco fondamentale per le esportazioni italiane. Al di là delle simpatie politiche e della propaganda e della cassandre che profetizzano un paese nel baratro, «la Brexit è un fatto con cui convivere, Londra rimarrà la capitale finanziaria d'Europa e l'Italia deve rafforzare i suoi legami commerciali” esordisce Alberto Mancuso, vice presidente della Camera e numero uno del London hub di Intesa Sanpaolo, banca che è in prima fila a sostenere le imprese italiane Oltremanica. Un caso esemplare è Zonin1821, raccontato nel corso dell'evento, il più importante per la business community italiana a Londra, e che ha visto anche la premiazione dei Keynes Sraffa Awards, diretti da Brunello Rosa, per i giovani italiani di talento: la casa vinicola veneta non riesce a stare dietro alla domanda di prosecco che arriva dal Regno Unito. La birra, secolare bevanda nazionale anglosassone, nei pub è stata ormai soppiantata dalle bollicine italiane. Altro che Brexit: «Il prosecco è percepito come un “social wine”, più sofisticato della tradizionale birra, scesa dal 42% al 34% in 10 anni« spiega Pietro Mattioni, amministratore delegato di Zonin1821, che con 4mila ettari è il quinto produttore di vino in Italia. E' in crescita da anni in Uk e ancor più dopo la fine delle quarantene, il consumo è esploso: UK è il sesto mercato al mondo per consumo di vino (12 milioni di ettolitri all'anno) e Italia ha una fetta del 18%.

Oltre la Brexit

L'addio alla Ue non è stato un problema, perché si l'azienda si era preparata per tempo alle nuove procedure burocratiche. La logistica e la carenza di trasportatori sono un problema: la supply chain globale, diventata lenta e intricata, frenare le esportazioni. Il tutto si traduce in prezzi che salgono: il prosecco sarà più caro per gli inglesi. A sfatare la “narrazione” di una Gran Bretagna alla deriva da Brexit, è stato anche il decano Pino Calcagni, presidente onorario del gruppo Besana, sbarcato in UK negli Anni '30 e oggi un colosso della frutta secca che rifornisce tutti i maggiori supermercati: è un mercato da 1,5 miliardi di sterline. Come tanti aziende-gioiello italiane, Besana è semi-sconosciuta in patria e fa il grosso dei suoi affari nel Regno Unito. Sebbene la meteorologia dica che la Gran Bretagna goda, in media, di appena 58 giorni di sole all'anno, contro una media di 100 giorni nell'Italia, per Luxottica-Essilor il Tamigi è il quinto mercato mondiale. Gli inglesi comprano occhiali da sole per andare al caldo e al sole del sud: «Durante la pandemia, i nostri negozi sono rimasti chiusi, ma abbiamo compensato con l'online: metà delle vendite arrivata proprio dal canale web» nota Franco Ferrante, capo del Nord Europa della multinazionale di Leonardo Del Vecchio.

Il caso di Eataly

Ora che i negozi sono riaperti, il colosso si è adattato anche alle: l'eliminazione dei Duty Free, una delle tante conseguenze della Brexit, ha tagliato le gambe a turisti intercontinentali. Ecco che allora si è inventata un modo per trarre vantaggio dai due problemi, trasformando un ostacolo in opportunità. L’uscita dalla Ue comporta anche che tutti i cittadini inglesi, e gli stranieri residenti in Uk (solo gli italiani sono 450mila), sono diventati improvvisamente “extracomunitari”: dunque godono dei duty free quando viaggiano in Europa, cosa che prima, con il mercato unico, non accadeva. Quello che si perde con gli stranieri in Uk, si guadagna dagli inglesi in Europa. Se Luxottica ha cercato uno sbocco alternativo, c’è chi è addirittura andato nella bocca del leone: è Eataly. Nicola Farinetti è l’ «Italiano dell’Anno» a Londra, avendo inaugurato un mega-locale a Londra in piena Brexit. Ma, di nuovo, nessuna apocalisse: il ceo del gruppo partecipato anche dalla Tip di Gianni Tamburi ammette che problemi con Brexit non ne ha avuti. Ne ha invece con il Covid (che ha fatto scappare 700mila abitanti da Londra) e la manodopera: di italiani se ne trovano molti meno di prima. Per lavorare in Uk serve il visto e il cameriere non è considerato un lavoro ad alte competenze. Farinetti, però, mostra la questione: «Uno chef o un cameriere italiano tenderanno a usare o proporre ai clienti prodotti italiani. Il cibo si porta dietro un bagaglio culturale e per noi è fondamentale avere italiani.» Assumere manodopera locale significa perdere, col tempo, l'identità. Per risolvere il problema della carenza di lavoratori italiani, la camera di commercio sta lavorando per trattare con il Governo per ottenere un visto temporaneo, di 6 mesi, per far arrivare manodopera. All’Italia servono “canali privilegiati” con il Regno Unito per continuare a vendere le sue eccellenze.

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