negoziati difficili

Brexit, i nuovi equilibri inglesi e la debolezza di May

di Leonardo Maisano


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3' di lettura

La Brexit, che solo due settimane fa sembrava scivolare sul piano inclinato di un negoziato ormai incardinato, è entrata in una fase cruciale. A ribaltare lo scenario di chi credeva che l'intesa fra Londra e Bruxelles fosse ormai raggiunta e che l'unico ostacolo al divorzio fosse il voto di Westminster sono stati due episodi: la visita a Bruxelles di Arlene Foster, leader del Dup nord-irlandese, che dà ossigeno parlamentare al governo di Theresa May, e la manifestazione People's vote di sabato 20 ottobre che ha visto 700 mila persone invadere le strade di Londra.

Chi vuole credere – capita di imbattersi in questa teoria - che il riemerso impasse eurobritannico sulla Brexit sia solo la drammatizzazione di un'intesa ormai raggiunta, messa in scena con lo scopo di rafforzare la mano di Theresa May nella partita tutta interna al partito conservatore, si sbaglia. Il Democratic unionist party è deciso ad affossare il governo May se dall'accordo con Bruxelles dovesse emergere la divaricazione di Belfast da Londra, ovvero l'imposizione all'Ulster di restare nell'unione doganale e magari nel mercato interno Ue, a differenza del resto del Regno Unito. Destini divisi che non sono nel dna degli unionisti nordirlandesi – l'unione perseguita è quella con Westminster – rabbiosamente contrari a qualsiasi parvenza di continuità territoriale irlandese (sud e nord) senza la presenza di Londra. L'idea di una barriera doganale nel mezzo dell'Irish sea, fratturando, idealmente, il Regno Unito evoca fantasmi da medioevo e molto più recenti avendo popolato le cronache degli anni Settanta e Ottanta di Belfast, Londonderry e dintorni.

L'equazione impossibile che Londra e Bruxelles cercano di risolvere è sempre la stessa: evitare un confine fra repubblica d'Irlanda e Ulster ed evitare un confine fra Ulster e resto del Regno Unito. Il governo britannico e la Commissione Ue si sono formalmente impegnati in una missione solo sintatticamente possibile. Ora che si tratta di uscire dalla metafora, sbattono contro una realtà da sempre nota. La sola alternativa possibile, capace di garantire l'impegno preso dalle due parti senza concretizzare l'eccezione nord-irlandese e senza “spacchettare” il single market come la Commissione non vuole, è che tutto il Regno Unito resti nell'unione doganale e anche nel mercato interno. In altre parole che la Brexit si riduca all'adozione del modello norvegese “aggravato” dall'adesione all'unione doganale. Londra continuerebbe a pagare quanto paga ora e dovrebbe tenere le porte aperte ai lavoratori intra-Ue, senza neppure riacquistare la sventolata sovranità ceduta alla Corte di giustizia Ue.

Una debacle che i brexiters temono possa concretizzarsi dietro proposte che considerano equivoche. Fra esse anche quella che Theresa May culla da qualche giorno: allungare i tempi della transizione post-exit. L'uscita di Londra è, ora, prevista per il marzo 2019, ma è già stato deciso che nulla cambierà fino al dicembre 2020 quando le nuove relazioni commerciali anglo-europee dovranno essere state definite. La signora premier vorrebbe aggiungere un anno, utile per darsi più tempo e cercare di individuare quelle clausole di salvaguardia per l'Ulster che continuano a latitare. I brexiters sul punto specifico potrebbero avere ragione: dodici mesi in più non rendono più agevole l'equazione impossibile nordirlandese. Il governo May si rifiuta di constatare che l'impasse – nei termini in cui è posta – è senza soluzioni, ma punta a dilatare i tempi senza muoversi dalla data di fine marzo per l'avvio della secessione. Se così dovesse essere Londra rischia davvero il salto nel vuoto: potrebbe uscire dall'Ue sulla scia di un'immaginaria intesa equivoca con la Commissione ( quella che ancora non c'è ) che può solo rinviare, una volta di più, il momento delle scelte. Senza alcuna garanzia sui termini delle relazioni future.

Una follia sempre più evidente che sembra scaldare i cuori dei remainers. Settecentomila persone che sfilano chiedendo un nuovo voto sono una prova di forza che va oltre ogni attesa. Il corteo di sabato ha riacceso i motori di chi vede un nuovo referendum come unica soluzione all'impasse di una trattativa avvolta su sé stessa. E ha alzato la guardia dei brexiters. La piazza li ha colti di sorpresa, convincendoli ad accelerare le manovre anti May. I sussurri di Westminster dicono che manchino solo due firme per raggiungere il numero magico e chiedere – potrebbe accadere mercoledì – le dimissioni della signora premier dal governo e dalla leadership del partito. Ha fatto scandalo – giustamente – il linguaggio volgare e violento, giocato sulla metafora di una morte cruenta, usato da un anonimo deputato Tory contro Theresa May. Inaccettabile. Un segno in più che la partita contro l'Europa è fuori controllo, eterodiretta da qualche decina di deputati conservatori che hanno perso la testa. In un Paese pentito di sé stesso: non lo dicono solo i sondaggi, da sabato anche le immagini televisive di una protesta senza – o quasi – precedenti.

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