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Johnson nuovo premier Uk. Perché rischia di perdere la sfida sulla Brexit «no-deal»

L'ipotesi di una strappo brusco dall’Europa scalda gli animi dei Brexiteer più accaniti, ma la sua attuazione non è immediata come lascia intendere Johnson

di Alberto Magnani


Brexit, tutti i danni del no-deal sulle economie europee (e l’Italia)

4' di lettura

Boris Johnson è il nuovo premier del Regno Unito. L’ex sindaco di Londra si è appena insediato nella carica, ma sta già scatenando il nervosismo di partner politici e investitori. Il timore che incombe riguarda la principale proposta, o minaccia, sbandierata da Johnson in campagna elettorale: la cosiddetta Brexit no-deal, un divorzio dalla Ue sprovvisto di tutele diplomatiche.

Il neopremier ha dichiarato che la separazione dal Continente avverrà entro il 31 ottobre, con o senza la ratifica dell'accordo di divorzio siglato da Theresa May e bocciato a ripetizione dal Parlamento britannico . Un rischio preso in considerazione anche dagli analisti, come testimoniano le varie allerte lanciate anche da colossi come l’agenzia di rating Moody’s: le chance di un no-deal sono «in aumento» con la vittoria dell’ex sindaco di Londra, innescando una nuova girandola di previsioni sull’impatto economico della rottura.

GUARDA / I danni all’Europa di una Brexit no-deal

L'ipotesi di una strappo definitivo scalda gli animi dei Brexiteer più accaniti, ma la sua attuazione non è immediata come lascia intendere Johnson. Da un lato c'è lo scoglio domestico più evidente, quello di un Parlamento intenzionato in maggioranza a evitare una cesura brusca con l’Europa. Dall'altro sono gli stessi (ex?) alleati europei che faranno il possibile per aggirare un’opzione che provocherebbe danni a entrambe le parti in causa. Anche se la contabilità delle perdite penderebbe, paradossalmente per Johnson, più a sfavore del Regno Unito che a Bruxelles.

L’ostacolo interno, fra mozioni anti no-deal e fronde Tory
I primi ostacoli sulla via del no-deal iniziano in casa, ovvero a Westminster. La Camera dei Comuni, l’equivalente britannico della Camera dei deputati, ha stroncato in diverse votazioni il piano May, spingendo la premier alle dimissioni del 7 giugno , ma si è espressa con altrettanta nettezza contro lo scenario di un’uscita no-deal. Il parlamento ha già preso le sue contromisure per ridurre il rischio di un’uscita senza accordi dalla Ue. Il 18 luglio, cinque giorni prima de lla nomina ufficiale di Boris Johnson a leader dei Tory, un gruppo trasversale di deputati ha fatto approvare con 41 voti di maggioranza un emendamento progettato per evitare una Brexit senza accordi.

Il testo impedisce al premier di sospendere l’attività del Parlamento per aggirarne il parere e dare il via libera a un divorzio senza accordi dalla Ue. La data critica è il 31 ottobre, termine ultimo della proroga concessa dalla Ue a Londra per incassare la ratifica dell’accordo di separazione strappato dalla ex premier Theresa May ai leader europei. Lo stand by della Camera, mai esclusa dall’attuale leader Tory, permetterebbe al governo di mandare in porto la Brexit senza passare per il via libera dell’assemblea. Da qui la mossa “preventiva” della Camera. La mozione di auto-tutela del Parlamento è stata favorita anche da ribelli dei Tory e dall’astensione di ministri insediati nel governo che andrà dal 24 luglio sotto la guida di Johnson. D’altronde il clima non è favorevole a Johnson neppure nei piani alti della sua famiglia politica.

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Esponenti di spicco del Partito conservatore hanno manifestato platealmente contro l’elezione di Johnson,e ora annunciano battaglia proprio contro lo spettro di una Brexit no-deal. Nell’arco di pochi giorni Johnson ha subito le dimissioni di due ministri (Alan Duncan e Anne Milton, rispettivamente titolari del Foreign Office e del dicastero Skills and Apprenticeships, «Competenze e apprendistato»), mentre altri tre membri del governo sono in uscita: il cancelliere dello Scacchiere Philip Hammond, il ministro della Giustizia David Gauke e il ministro dello Sviluppo internazionale Rory Stewart. Il loro addio potrebbe innescare un effetto domino rischioso per la tenuta dell’esecutivo e della maggioranza già fragile a Westminster. Secondo quanto riportano i media britannici, ulteriori fronde dei Conservatori contrari al no-deal potrebbero voltare le spalle a Johnson, anche al costo di imbastire una alleanza pro-tempore con l’opposizione laburisti. E in quel caso il premier si troverebbe sprovvisto di una maggioranza.

L’Europa avverte: arrivano tempi «sfidanti»
I leader europei si sono congratulati con il loro neo-collega Johnson. Ma sono stati altrettanto unanimi nell’escludere qualsiasi apertura alla sua intenzione di rivedere l’accordo siglato dalla ex premier Theresa May. Fra i vari annunci scanditi in campagna elettorale, Johnson ha dichiarato che eliminerà dall’accordo il cosiddetto backstop (la garanzia che non venga costruito alcun confine fisico tra Irlanda e Irlanda del Nord, mantenendo la libera circolazione nell’Isola) e congelerà il saldo della «fattura di divorzio» da 39 miliardi di sterline dovuta a Bruxelles fino al raggiungimento di un accordo finale.

L’unico problema è che la Commissione non sembra disposta a cedere su nessuno dei due fronti e, più in generale, su revisioni sostanziali del deal raggiunto con May. Ursula von der Leyen, il presidente della Commissione che entrerà in carica il primo novembre, ha già detto che si aspetta un periodo «sfidante» per la Ue i suoi rapporti con l’ex partner britannico. Una formula che ribadisce la linea emersa finora: la Brexit può anche essere prorogata di nuovo, se necessario, ma una riscrittura dei suoi contenuti è fuori discussione. Il caponegoziatore della Brexit per conto della Ue, Michel Barnier, ha espresso la sua linea con un tono che sembra più dialogante, parlando di «lavorare costruttivamente» per «facilitare la ratifica dell’accordo di divorzio e raggiungere una Brexit ordinata», anche al prezzo di «lavorare sulla dichiarazione concordata per una nuova partnership in linea con le indicazioni del Consiglio europeo».

Fuori dalla forma, però, il messaggio è abbastanza chiaro: la priorità resta la ratifica e qualsiasi ritocco dovrà avvenire nel perimetro del deal già scritto con Theresa May. Nella finestra temporale che si aprirà nel frattempo, la questione è del tutto in bilico. Londra è formalmente membro della Ue, con la sua rappresentanza di parlamentari all’Eurocamera. La prassi vuole che sia suo diritto esprimere uno dei 28 membri della Commissione e, in teoria, farlo votare insieme all’intero collegio prima dell’insediamento dell’esecutivo Ue. Se Johnson dovesse centrare l’obiettivo del divorzio entro il 31 ottobre, il Regno Unito esprimerebbe un commissario «temporaneo», destinato a essere sosituito dopo la rottura con la Ue. In caso contrario, il risultato sarebbe di includere nell’esecutivo comunitario un membro britannico e allineato al governo Johnson, sempre che superi le selezioni del Parlamento . L’approvazione complessiva del Parlamento è attesa per il 22 ottobre, poco più di una settimana prima della scadenza dell’ultima proroga della Brexit. Con o senza accordo, come direbbe Johnson.

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    Alberto MagnaniRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: inglese, tedesco

    Argomenti: Lavoro, formazione, esteri, innovazione

    Premi: Premio "Alimentiamo il nostro futuro, nutriamo il mondo. Verso Expo 2015" di Agrofarma Federchimica e Fondazione Veronesi; Premio giornalistico State Street, categoria "Innovation"

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