marcia indietro?

Brexit, il primato del parlamento in un regno diviso

di Leonardo Maisano


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Theresa May, il primo ministro britannico. (EPA/ANDY RAIN)

3' di lettura

Due anni e mezzo dopo il defatigante incontro di lotta con se stessa la Gran Bretagna sta scoprendo che “botte piena e moglie ubriaca” – anche nella garbata versione britannica «have the cake and eat it» – è solo il miraggio di estremo cinismo politico.

Sta scoprendo, cioè, che il dividendo di un’economia globalizzata non resiste alle istanze isolazioniste delle forze cosiddette sovraniste.

Scoperta tardiva di una realtà lampante, illuminata dal deciso ritorno del Parlamento nella partita sulla Brexit.

La prova dell’evidenza è l’accordo siglato da Theresa May con i Ventisette, compromesso ultimo per tutelare la prospettiva economica del Paese che ha costretto Downing Street a tingere di rosa pallido tutte le “invalicabili” linee rosse che la premier si era incautamente posta.

La marcia indietro è stata radicale, attutita appena dalla vaghezza della sintassi che dovrà trovare paletti nella successiva trattativa con la Ue. Trattativa sulla sostanza delle relazioni future, alla quale Londra si presenterà come ex partner e quindi in una posizione negoziale debolissima.

Naturalmente se la Brexit si farà davvero. Il destino del corpo a corpo anglo-britannico non è mai stato tanto incerto. Il voto conclusivo di Westminster sull’accordo siglato da Theresa May con l’Ue è fissato per l’11 dicembre, ma le prime votazioni su emendamenti specifici hanno sancito il prorompente imporsi del parlamento nella vita pubblica britannica e un colpo di freno alla volontà del governo, a lungo accecato dalle illusioni della democrazia diretta e sordo ai dubbi della Camera dei Comuni.

L’esecutivo, fra l’altro, è stato costretto a subire una mozione che assegna a Westminster poteri nella gestione degli eventi successivi all’eventuale bocciatura dell’accordo.

Il fronte anti May è straordinariamente eterogeneo, legato dalla tattica, agli antipodi sugli obiettivi strategici. La leadership laburista è “contro” per statuto, cercando la caduta del governo per andare a nuove elezioni; i Libdem, nazionalisti scozzesi e gallesi, s’oppongono al compromesso di Theresa in punta di europeismo; i conservatori brexiters rivolgono pollice a terra perché ritengono che il deal battezzato dalla signora premier faccia di Londra un vassallo di Bruxelles; i conservatori remainers s’uniscono al “no” perché non vogliono – uguali ragioni e opposte motivazioni ai brexiters – Londra vassallo dell’Unione, ma protagonista del destino comune. Puntano a un nuovo referendum per ribaltare il voto del giugno 2016, o, in subordine, alla membership dello spazio economico europeo, il cosiddetto modello norvegese rafforzato dalla partecipazione all’unione doganale.

Uno scenario che riduce lo choc economico generato dall’uscita dall’Ue, ma impone, fra l’altro, la libera circolazione dei lavoratori. E questo senza potere nella formazione delle norme future dei Ventisette.

Regno ancora vassallo, dunque, ipotesi peggiorativa – espone a rischi l’industria finanziaria che si troverebbe alla mercè delle regole di Bruxelles – rispetto al quadro istituzionale britannico di oggi, “al meglio di due mondi” in cui Londra vive grazie al negoziato che John Major pilotò a Maastricht. A opporsi all’accordo ci sono soprattutto gli unionisti dell’Ulster, stampella dell’esecutivo fin dalla nascita.

In queste ore hanno formalizzato il distacco dalla premier temendo per Belfast – la conferma è giunta ieri da documenti riservati che Downing Street ha dovuto divulgare per volontà dei deputati – un destino divergente da Londra. Una mossa che, di fatto, pone la premier alla guida di un esecutivo di minoranza.

Impallinare politicamente Theresa May appare a questo punto missione probabile per volontà di un parlamento che sta rivendicando il suo ruolo dopo la sbornia referendaria e l’azione, talvolta proterva, dell’esecutivo. Sul cadavere del mancato deal – se così davvero sarà – si scatenerà una nuova orgia.

La premier dovrà deciderà se riproporre il testo, se andare al voto, o cedere la guida Tory e del Paese. Il Labour cercherà lo scioglimento della Camera, brexiters e remainers continueranno ad accapigliarsi, i libdem invocheranno ragionevolezza, mentre gli scozzesi torneranno a ragionare di secessione. È lo scenario di una Brexit infinita a cui, crediamo, solo un nuovo referendum potrà mettere fine.

A condizione che sia opzione condivisa da tutti e non il via al secondo atto di una “guerra civile” sul destino europeo di un regno spezzato.

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