le contraddizioni dell’intesa

Brexit, si complica il nodo giuridico del confine irlandese

di Michele Pignatelli

La premier britannica, Theresa May

2' di lettura

La questione nordirlandese torna a pesare minacciosa sui negoziati tra Ue e Regno Unito relativi a Brexit, con effetti potenzialmente dirompenti. Mercoledì la Commissione europea renderà noto infatti un testo che “traduce” in accordo giuridicamente vincolante l'intesa raggiunta tra le due parti a dicembre, cioè il compromesso che aveva permesso di passare alla fase due dei negoziati di Brexit e - secondo fonti citate dal Financial Times - si prepara ad abbandonare l’equilibrismo che aveva consentito quel compromesso.

Il testo all’esame della Ue
Nel testo verrebbe cioè mantenuto l’impegno a non ripristinare un confine con barriere e controlli, prima di tutto commerciali tra le due Irlande (esplicitando anche l’ipotesi che l’Irlanda del Nord resti allineata a livello regolamentare alla Ue, di fatto nel mercato unico), mentre scomparirebbe la parallela rassicurazione che sarà preservata l’integrità del mercato interno del Regno Unito, cioè che non ci saranno barriere tra Gran Bretagna e Ulster. Proprio questa rassicurazione scritta aveva consentito a Theresa May di incassare, a dicembre, il via libera all’intesa su Brexit degli unionisti del Dup, il partito protestante nordirlandese (sul cui sostegno poggia il fragile governo dei Tories) preoccupato di un’Irlanda omogenea e staccata dal resto del Regno Unito.

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A esaminare il testo dell’accordo di dicembre, in realtà, si potevano già cogliere ambiguità e contraddizioni relative alla questione irlandese. Tutti d’accordo sulla premessa (paragrafo 42): “si devono proteggere i risultati e i benefici del processo di pace”, garantiti dall’accordo del Venerdì santo 1998, che mise fine a 30 anni di “troubles”, le violenze tra protestanti unionisti e cattolici indipendentisti. Nulla di sorprendente neppure nell’impegno successivo (paragrafo 43) del Regno Unito “ a evitare un confine ’hard” (tra le due parti dell’isola), inclusa qualunque forma di infrastruttura fisica con relativi controlli”, mentre la pace e la comune appartenenza alla Ue hanno reso oggi quella frontiera quasi impalpabile.

Le ambiguità dell’accordo di dicembre
I problemi iniziano dopo. Al paragrafo 49 si legge infatti che “il Regno Unito proporrà soluzioni specifiche” per fronteggiare un caso unico come quello irlandese e che, “in assenza di soluzioni condivise (con la Ue, ndr) manterrà pieno allineamento con le regole del mercato unico e dell’unione doganale che supportino la cooperazione Nord-Sud, l’economia dell’isola nel suo complesso e la protezione dell’accordo del 1998”. Poi però, al paragrafo 50 (quello che ora la Ue lascerebbe fuori dal testo finale dell’accordo), si specifica che “in assenza di soluzioni condivise non saranno create barriere regolamentari tra l’Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito”. Ma se Londra con Brexit uscirà davvero dal mercato unico e dall’unione doganale una frontiera e specifici controlli da qualche parte dovranno essere collocati: al confine tra le due parti dell’isola, sconfessando il paragrafo 49, oppure nel Mare d’Irlanda, tra Gran Bretagna e Irlanda (considerata nel suo complesso), andando contro il paragrafo 50.

Un rebus forse insolubile. Bruxelles sembra ora orientata a risolverlo in un modo che piace a Dublino, non a Londra. A meno che il sempre più fragile governo May non abbia un asso nella manica, quelle “soluzioni specifiche” a cui faceva riferimento l’accordo di dicembre, ancora tutte da esplorare.

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