non decolla la mozione di sfiducia alla may

Brexit si può fermare? Non senza l’ok dell’Ue. Parola alla Corte

di Angela Manganaro


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Manifestazione contro Brexit davanti al Parlamento di Londra

3' di lettura

Come se non bastassero le questioni aperte su Brexit, ve n’è un’altra che potrebbe complicare i negoziati e soprattutto la vita della premier britannica Theresa May, invelenire ancor di più il clima, aumentare una confusione che è già oltre il limite del sostenibile. Il 27 novembre, martedì prossimo, la Corte di giustizia europea affonterà la questione: può il Regno Unito ritirare unilateralmente la sua richiesta di lasciare l’Ue? Il governo britannico ha provato invano a bloccare la pronuncia ma oggi la corte europea ha rigettato l’appello.

Al caos di questi giorni si aggiunge un tassello paradossale come tutta questa vicenda che si trascina da due anni e certo non conoscerà la parola fine il prossimo 29 marzo 2019, data ufficiale dell’addio al blocco dei 27 Paesi Ue. Mentre il Regno Unito si divide furiosamente su «restare o andare», sulla possibilità/opportunità di un secondo referendum, sul contenuto di un accordo appeso al summit Ue di domenica 25 novembre e soprattutto al voto del Parlamento britannico del 6 dicembre, spunta questa controversia solo apparentemente giuridica che dice molto di quanto quello che leggiamo e ascoltiamo sia propaganda e quanto realtà.

Tra beffa, propaganda e realtà
Non è tanto la beffa per gli inglesi di scoprire che anche se cambiano idea non dipende solo da loro, a questo punto deve essere d’accordo anche l’Ue, ma è significativa l’iniziativa del governo che per la seconda volta tenta di bloccare invano la pronuncia della Corte.

La Corte deve decidere se l’articolo 50 del Trattato che ha innescato il processo di addio del Regno Unito dalla Ue può essere revocato senza un accordo degli altri 27 Paesi Ue. Il governo britannico ha provato a bloccare per due volte simile pronuncia e non c’è riuscito - segno che a pensar male ma neanche troppo, la signora May e il suo governo vogliono tenersi ancora tutte le strade aperte, forse anche quella di un clamoroso dietrofront.

Perché è importante la controversia
Il problema è stato sollevato a settembre da un gruppo di politici scozzesi anti-Brexit davanti a una tribunale di Edimburgo, scrive Business Insider Uk. Le implicazioni di simile facoltà - sbattere la porta o riaprirla senza dipendere dai 27 - sono importanti: se si dà al governo britannico il potere unilaterale di tornare indietro dall’Articolo 50 si riconoscono automaticamente al Regno Unito i benefici di membro della Ue, incluso il famoso sconto che Margaret Thatcher negoziò nel 1984 e l’opt-out dall’euro, benefici che il Regno Unito perderebbe qualora decidesse di non abbandonare più il blocco dei 27 ma la decisione finale non fosse più nelle sue mani ma in quelle dei 27 Paesi Ue.

Non si sa come la controversia legale finirà ed è probabile che la decisione finale sarà politica. Molti, non solo gli avvocati, si affrettano a dire che si tratta di pura ipotesi ma intanto una pronuncia europea anche su questo ci sarà.

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Poco probabile il voto di sfiducia
Nel frattempo la signora May che domani torna a Bruxelles, allontana la paura del voto di sfiducia ai suoi danni: le lettere dei deputati conservatori alla Commissione del partito conservatore dovrebbero essere 48 ma sono finora ferme a 18. Il leader dei Brexiteer Jacob Rees-Mogg lancia fiamme da Twitter, minaccia «la pazienza è la virtù dei forti», addirittura paragona la Gran Bretagna che lascia l’Ue con questo accordo all’Italia, vale a dire l’economia avanzata con la crescita più lenta dell’Eurozona.

Il nemico nordinrlandese
May pare non curarsene, mancano ancora 15 giorni al voto del parlamento e a lei urge più rassicurare i 10 deputati unionisti nordirlandesi da cui dipende la sua maggioranza in parlamento - e quindi il suo governo - che minacciano di non far passare l’accordo, intanto ritirano l’appoggio alla finanziaria, e alla conferenza stampa indetta per questo weekend invitano Boris Jonhson, leader Brexiteer nemico dichiarato di May.

L’«amica» Bank of England
La premier può gioire ma in silenzio per un importante consenso al suo piano d’uscita, quello di Mark Carney, il governatore della Bank of England che appoggia il piano e la transizione così come congegnati dalla signora May (un’analisi più approfondita sarà pubblicata la settimana prossima) e paragona una eventuale uscita dalla Ue senza accordo (no deal) non alla crisi di Suez del 1956 come alcuni hanno fatto in questi giorni, ma addirittura al più temibile shock petrolifero degli anni 70.

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