dopo le dimissioni del ministro raab

Brexit, si rafforza l’ipotesi di un secondo referendum

di Nicol Degli Innocenti

Il ministro dimissionario per la Brexit, Dominic Raab (Epa)

2' di lettura

LONDRA - Il responsabile di Brexit abbandona il Governo: Dominic Raab, ministro per l’uscita dall’Ue, ha dato le dimissioni stamattina per protesta contro l’accordo presentato dalla premier Theresa May.
«La mia coscienza non mi permette di sostenere i termini dell'accordo con la Ue», ha spiegato Raab nella sua lettera di dimissioni. L'intesa proposta non è conciliabile con le promesse fatte ai cittadini britannici, ha sottolineato l'ex ministro, e «mette a rischio la fiducia nel Governo».

Raab ha anche espresso gravi perplessità sulle due questioni più problematiche che hanno rinviato la conclusione dei negoziati. Il problema dell’Irlanda del Nord non è risolto, ha detto, perché l’accordo «rappresenta una vera minaccia all’integrità del Regno Unito», cioè resta il rischio che l'Irlanda del Nord venga trattata diversamente dagli altri Stati – Inghilterra, Scozia e Galles. Non a caso la prima persona a dimettersi stamattina era stato il sottosegretario per l'Irlanda del Nord, Shailesh Vara.

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Sulla questione della “backstop”, la polizza di assicurazione voluta dalla Ue per avere la certezza che non si tornerà ad avere un confine “vero” tra le due Irlande, Raab sostiene che Bruxelles «può porre il veto alla nostra possibilità di uscire» dall’intesa. L’ex ministro dichiara nella sua lettera che «nessun Paese democratico ha mai accettato di essere così vincolato da regole imposte dall'esterno senza la possibilità di avere alcuna voce in capitolo».

Le dimissioni di Raab sono un colpo forse letale per la May, che stamani presenterà in Parlamento l’accordo a Westminster. Numerosi deputati hanno già espresso la loro solidarietà all’ex ministro e non è affatto escluso che altri ministri seguano il suo esempio. Il via libera ottenuto dalla premier ieri sera dopo cinque ore di riunione è stato infatti a maggioranza, non all’unanimità. Almeno nove e forse undici ministri hanno espresso gravi riserve e si sono rifiutati di approvare l’intesa e oggi potrebbero fare il passo successivo. Secondo voci credibili, si tratta di “pesi massimi” come il ministro degli Esteri Jeremy Hunt.

Oltre al rischio di altre dimissioni e di un'accoglienza ostile in Parlamento, la May potrebbe anche dover affrontare un voto di fiducia. Numerosi deputati conservatori hanno già firmato la lettera per richiederlo, e ne bastano 48 per arrivare al voto che potrebbe forzare le dimissioni della premier.

In Parlamento però non c'è una maggioranza favorevole a una “hard Brexit”, un’uscita dalla Ue senza un'intesa che sarebbe deleteria per l’economia e potrebbe portare il caos alle frontiere. Si rafforza quindi l’ipotesi di un secondo referendum anche per non arrivare a elezioni anticipate che l’opposizione laburista potrebbe vincere. L'opzione di chiedere l'opinione dell'elettorato su una Brexit che assomiglia così poco a quella prospettata prima del referendum del 2016 potrebbe essere quindi il modo migliore per uscire dall'impasse.

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