DOPO LE DIMISSIONI dei due ministri

Brexit, sostituiti Johnson e Davis. May in crisi, ma i falchi non hanno i numeri per vincere

di Nicol Degli Innocenti


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Theresa May (Afp)

3' di lettura

LONDRA - Il momento di trionfo di Theresa May è durato poco: venerdì la premier britannica era all'apparenza riuscita a convincere tutti i suoi ministri a sostenere la sua strategia su Brexit. Oggi invece la May si trova di nuovo in bilico dopo le dimissioni a sorpresa di David Davis, il ministro responsabile di Brexit, seguito a ruota dal ministro degli Esteri Boris Johnson.

In tarda serata Johnson è stato sostituito da Jeremy Hunt, a lungo ministro della Sanità. Mentre nel pomeriggio Dominic Raab, 44 anni, euroscettico, aveva preso il posto di Davis.

L'uscita di scena dei due “volti di Brexit”, il ministro che ha condotto i negoziati con Bruxelles negli ultimi due anni e il leader del fronte anti-Ue prima del referendum, crea una situazione difficile per la May. Il fronte pro-Brexit non accetta il piano che lei ha presentato, considerato troppo “morbido” verso la Ue, e minaccia altre dimissioni nelle prossime ore se lei non lo ritirerà o perlomeno non si impegnerà a modificarlo nella sostanza.

La vera ferita è l’uscita di Johnson
L'uscita di scena di Davis è stata un colpo per la premier, ma non una ferita mortale: come ha ammesso oggi lo stesso ministro dimissionario, la premier ha sempre voluto dirigere i negoziati in prima persona o tramite il consigliere di fiducia su Brexit, Oliver Robbins, che è andato a Bruxelles ben più spesso e più a lungo che non Davis. Le dimissioni di Johnson invece rischiano di essere una ferita mortale, perché l'ex sindaco di Londra è il leader degli euroscettici ed è molto popolare tra gli elettori conservatori. Davis ha dato le dimissioni per una questione di principio, perché non se la sentiva di caldeggiare una strategia che non condivide. Johnson invece ha dato le dimissioni per opportunismo: spera che sia la sua chance di diventare primo ministro, ambizione che non ha mai negato di avere. «Il sogno della Brexit sta morendo, soffocato da dubbi inutili», scrive Johnson nella lettera di dimissioni, in cui accusa la premier di fare del Regno Unito «una colonia della Ue». Un chiaro messaggio di sfida alla linea della May.

La May resiste
Per ora la May resiste: ha prontamente sostituito Davis con l'euroscettico Dominic Raab e si appresta a nominare anche un nuovo ministro degli Esteri. Oggi in Parlamento la premier ha difeso la sua strategia, affermando che si tratta della «Brexit giusta». La May ha spiegato che negli ultimi due anni ha ascoltato «ogni possibile versione» di Brexit ed è arrivata alla conclusione che solo il piano presentato venerdì è quello che garantisce il rispetto della volontà degli elettori che hanno votato a favore di lasciare la Ue ma senza creare danni irreparabili all'economia. L'apparente tranquillità della May è dovuta al fatto che il fronte pro-Brexit ha i numeri per chiedere un voto di fiducia sulla premier, ma non ha i numeri per vincerlo.

In crisi, ma la sfiducia è lontana
Le regole prevedono che almeno 48 deputati Tory debbano firmare una lettera per chiedere il voto. Se la premier dovesse perdere il voto di fiducia sarebbe costretta a dare le dimissioni, non potrebbe ricandidarsi e un altro leader del partito verrebbe eletto al suo posto. Questo scenario è però improbabile perché la grande maggioranza dei deputati conservatori in Parlamento sono contrari a una «hard Brexit», non sostengono Johnson e non vogliono essere responsabili di un'uscita dai negoziati senza accordi che potrebbe infliggere seri danni all'economia britannica.

L’interesse di Bruxelles
Gli euroscettici invece hanno detto più volte che secondo loro lasciare la Ue sbattendo la porta, senza un accordo, sarebbe meglio di accettare un'intesa con troppe concessioni, quindi le possibili conseguenze di un'uscita non li preoccupano.La Ue ha detto che intende continuare a negoziare con il Governo May. È nell'interesse di Bruxelles sostenere la soft Brexit proposta dalla premier, perché l'alternativa è un'uscita della Gran Bretagna senza un'intesa e l'ascesa al potere di un euroscettico.

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