ammissione del governo: con «deal» pil -3,9%

Brexit, stime choc della Banca d’Inghilterra: con «no deal» Pil giù dell’8% in un anno

di An.Man.


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3' di lettura

In attesa della decisione definitiva, ci si sbizzarrisce con le previsioni sulla Brexit, catastrofiche per lo più. Comunque vada sarà un disastro, sembrano dire le massime istituzioni del Regno Unito. Non poteva che essere che così la vigilia del voto parlamentare sull’addio alla Ue, il cui dibattito a Westminster dovrebbe iniziare il 4 dicembre e culminare l’11 con il voto sì o no all’accordo che la premier Theresa May ha firmato con la Ue il 25 novembre a Bruxelles.

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Una delle più buie previsioni sicuramente la più sorprendente è dello stesso governo britannico che alla Camera dei Comuni promuoverà l’accordo con la Ue ma nel frattempo pubblica una valutazione che si basa non sull’esatta rappresentazione dell’accordo raggiunto con i 27 Paesi Ue, bensì su una simulazione molto vicina a quanto stabilito nel testo di quasi 600 pagine firmato solennemente con la Ue che si sta per lasciare.

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In base a questa simulazione, i funzionari governativi stimano - riporta il Financial Times - che con il mix di restrizioni all’immigrazione e alcuni nuovi attriti sul commercio nel lungo termine il Pil della Gran Bretagna calerà del 3,9% nei prossimi 15 anni, cosa che non accadrebbe se il Regno rimanesse nella Ue. Il documento del governo non menziona però il tanto contestato backstop, condizione transitoria in cui rimarranno le due Irlande almeno fino a dicembre 2020: di fatto uno status quo fortemente voluto dalla Ue per evitare il ritorno di frontiere, quindi tensioni fra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord, che in questo modo resta più legata alla Ue di quanto non sarà al Regno Unito di cui formalmente è parte.

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Quanto costa il «no deal» per Bank of England
Nelle stesse ore arriva l’analisi di 88 pagine della Banca d'Inghilterra (Bank of England, in sigla BoE) annunciata la settimana scorsa quando il governatore Mark Carney aveva benedetto l’accordo raggiunto con la May perché aveva preannuciato un «no deal» causerebbe una crisi ben peggiore dello choc petrolifero degli anni Settanta. Senza accordo - confermano oggi gli annalisti di Bank of England - dunque nello scenario peggiore del «no deal» il Pil della Gran Bretagna sprofonderebbe dell’8% nel giro di un anno rispetto alla ricchezza prodotta nel Paese nel periodo pre-referendum, e del 10,5% nei cinque anni a venire.

Contemporaneamente il prezzo del case crollerebbe del 30 per cento, la sterlina crollerebbe del 25% e vi sarebbe una inevitabile impennata dell'inflazione al 6,5%; il tasso di disoccupazione raddoppierebbe al 7,5% dall’attuale 4,1%, oltre un inevitabile aumento dei tassi di interesse.

La crisi finanziaria globale di dieci anni fa sarebbe una bazzeccola in confronto se si pensa che a partire dal 2008 il Pil del Regno Unito è diminuito solo del 6,25% e le case hanno perso solo il 17% del loro valore.

Questa analisi di medio-lungo periodo si concentra sullo scenario «uscita disordinata» dall'Ue quindi «no deal», ma in passato - quando ancora la partita referendaria era aperta - Bank of England aveva ribadito più volte che un voto pro Brexit avrebbe comunque comportato un impoverimento del paese e un colpo all’economia. Quindi le due previsioni di oggi in qualche modo “si parlano”.

Mondo politico in subbuglio
Ovvio che mentre le massime istituzioni del paese danno i numeri del disastro, i politici che saranno poi coloro che decideranno cosa fare del futuro di un Paese ancora diviso, certo ora ancora più disorientato, sono in affanno. Philip Hammond, cancelliere dello Scacchiere, conservatore da sempre contrario a Brexit ma fedele alleato della May in questo piano d’uscita morbido (non l’ha abbandonata né criticata nelle ore in cui la premier perdeva ministri come Dominic Raab titolare Brexit e Esther McVey al Lavoro e pensioni), commentando le valutazioni tecniche del governo ammette oggi che l’addio alla Ue comporterà comunque un peggioramento degli standard di vita dei britannici.

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