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Brexit, Westminster chiuso da oggi: per ora niente voto

di Nicol Degli Innocenti


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3' di lettura

LONDRA - Il Parlamento britannico è chiuso per ordine del Governo, ma nell'ultima giornata di lavori prima della sospensione forzata i deputati hanno inflitto due sconfitte a Boris Johnson. A tarda sera ieri 9 settembre la mozione presentata dal premier per chiedere elezioni anticipate è passata con 293 voti a favore e 46 voti contrari, ma non ha ottenuto la maggioranza di due terzi, i 434 voti necessari per procedere. La maggioranza dei deputati dei partiti di opposizione ha deciso di astenersi.

Johnson avrebbe voluto andare alle urne il 15 ottobre nella speranza di ottenere una maggioranza in Parlamento che gli permetta di governare senza avere le mani legate dall'opposizione e dai ribelli conservatori.
Secondo l'ultimo sondaggio YouGov Johnson è popolare tra gli elettori e il partito conservatore ha il 35% delle intenzioni di voto, un vantaggio di ben 14 punti sui laburisti.

Il leader laburista Jeremy Corbyn sostiene di voler andare alle urne al più presto ma solo quando il rischio “no deal” sarà stato neutralizzato e per questo ha mantenuto l'alleanza con gli altri partiti per impedire al premier di cambiare la data delle elezioni una volta passata la mozione.
L'ultima giornata di dibattiti a Westminster ha riservato qualche sorpresa.

Lo Speaker del Parlamento, John Bercow, ha annunciato l'intenzione di lasciare l'incarico al più tardi il 31 ottobre. Nel suo discorso Bercow ha lanciato un monito all'attuale Governo avvertendo che «degradare il Parlamento ha conseguenze pericolose».

Considerato da alcuni il paladino del Parlamento e il difensore della democrazia e da altri troppo parziale e filo-europeo, Bercow è diventato una celebrità negli ultimi tre anni di psicodramma nazionale su Brexit. I partiti di opposizione gli hanno tributato un'ovazione in piedi dopo l'annuncio della sua uscita di scena, mentre i deputati Tory sono rimasti in silenzio.

L'altra sorpresa è stata l'approvazione di una mozione che costringe il Governo entro due giorni a rendere pubbliche tutte le carte, le mail e tutti i messaggi anche elettronici scambiati tra il Governo e i suoi consulenti riguardo i preparativi per no deal e la decisione di sospendere il Parlamento.

Si tratta di un'ennesima sconfitta ai Commons per Johnson, che però probabilmente si rifiuterà di rilasciare i documenti, citando il diritto alla privacy dei suoi consulenti, e sfruttando il fatto che il Parlamento sarà sospeso per cinque settimane. I lavori riprenderanno il 14 ottobre, due settimane prima della data prevista di Brexit.

La mozione, presentata dal conservatore Dominic Grieve, ex procuratore generale, è stata sostenuta dai deputati dei partiti di opposizione e da alcuni ribelli Tory ed è stata approvata per 311 voti contro 302.

Continua quindi l'alleanza tra partiti, che la settimana scorsa era riuscita anche a far approvare in tempo record la legge per rinviare Brexit e impedire un'uscita della Gran Bretagna dalla Ue senza un accordo, che ieri ha ricevuto il sigillo reale entrando quindi ufficialmente in vigore.

La legge prevede che, in mancanza di un assenso del Parlamento a “no deal” o di un nuovo accordo con la Ue al summit di metà ottobre, il premier debba chiedere a Bruxelles un rinvio di Brexit di tre mesi fino al 31 gennaio 2020.

Johnson ha ribadito ieri che intende rispettare la data del 31 ottobre e che non chiederà mai un rinvio alla Ue. Si è creata quindi una situazione paradossale in cui il capo del Governo potrebbe rifiutarsi di obbedire una legge del Regno e teoricamente potrebbe anche finire in carcere per vilipendio.

Gli esperti legali stanno quindi cercando un escamotage per risolvere l'inaudita e potenzialmente critica situazione. Secondo alcune voci, Johnson spera che sia la Ue a risolvergli il problema, rifiutandosi di concedere un rinvio alla Gran Bretagna.

Il premier ieri ha dichiarato che un «no deal» sarebbe «un fallimento della politica» e ha affermato che un accordo con la Ue prima del summit di ottobre è ancora possibile, ma non ha ancora fatto proposte concrete per sbloccare la situazione.

Nessuna soluzione al problema del confine irlandese è emersa ieri durante l'incontro tra Johnson e il premier Leo Varadkar a Dublino. Dopo una discussione «costruttiva», i due leader hanno ammesso che le loro posizioni restano lontane.

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