ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùl’intervista

Brunori Sas: «Il mio Cip in mezzo al mondo che urla»

Il cantautore calabrese torna con un album che incrocia personale e politico. Leggero e impertinente, come il pettirosso in copertina. Maturo, ma non troppo: «È come se tornassi al primo disco»

di Biagio Simonetta

Brunori Sas torna con l’album «Cip!»

Il cantautore calabrese torna con un album che incrocia personale e politico. Leggero e impertinente, come il pettirosso in copertina. Maturo, ma non troppo: «È come se tornassi al primo disco»


4' di lettura

C’è un pettirosso che si ostina a cinguettare dolcemente, nell’epoca del chiasso e dei toni accesi. È quello di Dario Brunori, alias Brunori Sas. Quarantadue anni, cantautore, calabrese, cinque dischi all’attivo, venerdì 10 gennaio torna con Cip, il suo ultimo lavoro. Undici brani, anticipati dall’uscita di due singoli (Per due che come noi e Al di là dell’amore), che porterà nelle piazze italiane per il Brunori Tour 2020 (prima tappa a Vigevano il 29 febbraio).

Brunori, perché ha scelto di chiamare questo album Cip ?
Devo dire che la risposta è molteplice. Sicuramente è un titolo che mi piaceva perché racchiude bene lo spirito del disco, e quindi un titolo sonoro che aveva a che fare con una forma di leggerezza e di idea di canto che è racchiusa nel disco. Un disco in cui mi sono sforzato di avere un certo tipo di canto e di incanto rispetto a quello che sto raccontando, mi piaceva soprattutto perché in un’epoca di toni estremi, di titoli a effetto per poter attirare l’attenzione, di titoli sempre con un certo approccio - a volte violento a volte eccessivamente ironico - un pettirosso che dice cip mi sembrava si distinguesse anche per il tono. Poi c’è da dire che non avevo un tema preciso per il disco. E qualsiasi titolo di altro tipo che avevo comunque preparato mi sembrava escludesse qualche parte del disco. Per me in Cip, in questo pettirosso, c’è lo spirito dell’album.

Quanto è cambiato Dario Brunori cantautore dai tempi della spiaggia di Guardia rovente?
Beh, in qualche modo devo ammettere che è come se, con questo nuovo disco, ritornassi al primo. Però dopo aver fatto un percorso. È come se fosse un secondo giro. Ci rivedo molto dello spirito con il quale ho scritto l’album di Guardia 82. Nello sguardo, nel cercare di recuperare quello sguardo lì, che in alcune interviste è cresciuto, quello del fanciullino pascoliano. Questo desiderio di ritornare a guardare il mondo così come lo guardavo quando scrissi quelle canzoni. Ma figlio di un percorso di dieci anni, di un mestiere che pian piano ho imparato a fare e comunque anche dell’esperienza e della fortuna di aver avuto esperienze che mi hanno messo in contatto con tantissimi esseri umani differenti, con tanti luoghi e molta più di vita vissuta che di vita immaginata. Ed è un disco che alla fine è un po’ la somma di tante cose di cui ho sempre parlato. Per me i dischi sono sempre piccoli tasselli da aggiungere a un discorso unico, che poi sono le mie domande sull’esistenza, sul mio rapporto con il mondo. Dischi che hanno a che fare con l’etica, l’esistenza, il rapporto con gli uomini, la morte. Ritornando alla domanda iniziale, però, forse quello che è cambiato veramente tanto è il tono. In Cip c’è un tono diverso rispetto alle origini. Io ho sentito di trattare gli argomenti con un approccio forse più pacificato e con desiderio di guardare il mondo da una prospettiva di ricerca di unione, di mettere insieme le cose, di apprezzare ciò che è duraturo. Ed è forse un disco anche della mia età.

Più maturo.
Forse sì. Anche se è sempre difficile dire se un disco è maturo, e si rischia sempre di passare per tronfi. Ma penso che Cip racchiuda molto una esperienza di vita.

Per alcuni l’ultimo Brunori è debitore dei giri armonici di Lucio Dalla. Altri invece, soprattutto nei primi album, percepivano un richiamo a Rino Gaetano. Quanto pesano queste influenze?
In quello che scrivo non c’è quel tipo di approccio, perché non sono stato un grande ascoltatore di cantautori, neanche da giovane, vengo da tutt’altra strada musicale, molto incentrata sulla chitarra. Avevo ascolti di altro tipo, insomma. Però è evidente che un certo tipo di narrazione, che comunque è presente in tutte le persone cresciute in Italia tra gli anni Ottanta e i Novanta, mi è entrata dentro e mi ha aiutato con la forma. Una forma a cui mi sento vicino non solo dal punto di vista musicale, perché cerco sempre di allontanarmi a livello di sound, di cercare qualcosa che non vada propriamente in quella direzione, che forse Dalla aveva. Ma è il tono che mi fa sentire molto vicino. E sono felice di essere accostato a quel tipo di cantautorato intelligente, ma anche molto umano, molto vicino alla gente, molto empatico. Un cantautorato con uno sguardo che è anche di compassione rispetto al dramma umano, rispetto alla semplicità, rispetto alla cattiveria dell’uomo. In questo senso mi piace molto questo accostamento.

Più chitarra o pianoforte, per scrivere le tue canzoni?
Beh, in questi ultimi dischi ho alternato spesso. Direi che dipende. Lo strumento guida anche la composizione. Io gioco molto con gli strumenti. Non penso: «Adesso scrivo un bel pezzo al pianoforte». Magari mi trovo al piano e succede. Poi, meno ci pensi a scrivere una canzone meglio è. Viene fuori quando meno te l’aspetti. Magari sei a casa, oppure in macchina.

PER APPROFONDIRE:
Lo Stato Sociale prende a «pallonate» Poletti nel Concertone di Gabbani e Brunori
Brunori, la srl che conquista i teatri italiani

Riproduzione riservata ©
Per saperne di più

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti