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Caro-bollette: Bruxelles apre sui fondi Ue ma con mini dote

Utilizzabile per sostenere famiglie vulnerabili e Piccole e medie imprese una parte del non speso, per l’Italia 3-4 mil

di Carmine Fotina

(mbruxelle - stock.adobe.com)

3' di lettura

Il tetto che fissato dalla Commissione europea all’impiego dei fondi strutturali per l’emergenza energia riduce di molto le ambizioni iniziali di Fratelli d’Italia. I 40 miliardi a livello europeo, indicati nel pacchetto di misure contro il caro-bollette sono poco più del 10% del budget per la politica di coesione 2014-2020 e si ridurrebbero a 3-4 miliardi nello scenario italiano. Sempre che si trovi un’intesa con le singole Regioni con cui andrebbe concordata la riprogrammazione dei fondi non ancora utilizzati. Siamo molto al di sotto dei 20 miliardi proferiti a denti stretti nelle ultime settimane da alcuni esponenti del partito uscito vincente delle elezioni e che con Giorgia Meloni guiderà il governo. Di certo però le relazioni diplomatiche tessute nelle ultime settimane, anche da Raffaele Fitto, eurodeputato, co-presidente del gruppo dei Conservatori europei e probabile nuovo ministro degli Affari Ue, hanno colto nel segno vista l’apertura della Commissione Ue all’uso almeno di una parte dei fondi, come confermato ieri dalla commissaria Elisa Ferreira e da Alves Cordeiro, presidente del Comitato europeo delle Regioni. Una mossa che rientra nel pacchetto di proposte Ue per combattere il caro-energia, con possibile utilizzo dunque per famiglie e imprese, e che passerà poi per Parlamento e Consiglio Ue. La stessa Ferreira ha confermato (si veda Il Sole-24 Ore del 30 settembre) che per recuperare risorse potrebbe esserci sul tavolo la carta del programma REpowerEu. «Sappiamo che l’Europarlamento proporrà alcune idee nel loro contributo sul REpower», ha detto la Commissaria per la coesione. Proprio a firma di Fitto sono stati presentati emendamenti che puntano alla possibilità per gli Stati membri di richiedere la riallocazione nel REpowerEu sia delle risorse a prestito del Pnrr non ancora impegnate sia di quelle 2014-2020 per le quali non risultano impegni giuridicamente vincolanti.

Al momento, per quanto riguarda l’impiego italiano dei fondi strutturali 2014-2020, l’ultimo monitoraggio della Ragioneria dello Stato è aggiornato allo scorso aprile. Considerando i pagamenti effettuati e senza contare l’integrazione che c’è poi stata con il fondo React-Eu, al traguardo del 2023 (ultimo anno utile per rendicontare) mancano ancora 30,3 miliardi di Fesr e Fse di cui 22 miliardi Ue e il resto cofinanziamento nazionale. I fondi non impegnati ammontano invece a 14,2 miliardi di Fesr e Fse (di cui 10,3 di risorse Ue e il resto cofinanziamento).

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Come detto, però, la Commissione Ue propone un “cap” all’impiego dei fondi. Per l’Italia il 10% significa un tetto di 3,4 miliardi considerando solo i fondi Fesr e Fse che dovrebbero essere oggetto della riprogrammazione. E comunque per definire una cifra certa servirà un non semplice passaggio con le Regioni, oltre che con i ministeri, titolari della gestione dei singoli programmi. Accadde anche con la riprogrammazione consentita da Bruxelles per spese legate alla crisi sanitaria ed economica innescata dalla pandemia. In quell’occasione, il governo Conte portò a casa poco meno di 12 miliardi di cui 5,4 miliardi dai Programmi ministeriali e 6,5 miliardi da quelli regionali.

Il probabile nuovo ministro degli Affari europei Fitto ha registrato come un primo successo l’annuncio di Ferreira, che «va nella direzione auspicata da Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia di concedere maggiore flessibilità, attraverso lo strumento RepowerEu, nell'utilizzo delle risorse della politica di coesione 2014-2020, per far fronte al caro energia così come fatto per il Covid e l'emergenza dei rifugiati ucraini».

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