DIARIO DI VIAGGIO E ARTE

Bruxelles surrealista: visitare la città con la strana coppia Dalì & Magritte

Qui ha vissuto il pittore belga. A lui e all’artista Dalì è dedicata una grande mostra fino al 9 febbraio

di Antonio Armano


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Don Chisciotte e Sancho Panza verso la Grand Place

6' di lettura

La casa-museo René Magritte, a Jette, tranquillo sobborgo di Bruxelles, ha aperto al pubblico dieci anni fa. Per celebrare l'anniversario i musei reali dedicano una mostra all'artista belga e a Salvador Dalì, l'altra stella del surrealismo. Più solare e mediterraneo Dalì, più nordico e umbratile Magritte, ma in fondo simili. A differenza del pittore catalano, quello belga ha conosciuto il successo solo verso la fine della vita e per vent'anni ha sbarcato il lunario al pian terreno di questa casetta in rue Esseghem, che oggi il cielo delle Fiandre illumina dopo giorni di pioggia.

La casa di Magritte

Senza esibizionismi artistici, Magritte ha condotto un'esistenza quasi anonima e monogama, a parte le puntate nelle case chiuse, come racconta la guida durante la visita. Dal 1930 al '54 ha vissuto qui con la bella moglie Georgette, vista da bambina alle giostre, incontrata di nuovo in un negozio di articoli per la pittura durante gli studi all'accademia e infine sposata senza mai più separarsene.

Non diversamente Dalì era inseparabile da Gala anche se lei era molto spregiudicata e la coppia era aperta ed eccentrica. Forse in questo legame simbiotico, tutt'e due cercavano la presenza della madre persa prematuramente. Quella di Magritte, Régina, si è suicidata buttandosi nella Sambre nel febbraio del 1912 ed è stata ritrovata con il vestito sulla faccia inspirando la pittura di una serie di volti coperto da un velo.

RenÈ Magritte, Le Bouquet, 1937, © PhotothËque R. Magritte / Adagp Images, Paris, 2018

La casa museo di un uomo ordinario e artista straordinario

Ingresso della casa museo

Georgette era contraria alla creazione di una casa-museo e solo dopo la sua morte il progetto è stato realizzato. Sono state tolte le tracce degli inquilini successivi e messi arredi d'epoca. Si è cercato di ottenere il massimo della fedeltà possibile e per rendere l'idea raccontiamo la storia del volpino bianco della Pomerania che si trova sul letto. Non è un peluche. E' vero, impagliato, della stessa razza di Loulou, il cane dei Magritte, donato da una anziana vicina.

Il volpino impagliato

La casa è straordinaria per la sua ordinarietà. Magritte era “genio e regolatezza” e non tutti sapevano che facesse il pittore. Dietro la facciata di mattoni giallo-rossi, il bovindo e l'abbaino, appare al visitatore una normalissima abitazione belga dei primi del '900. Ma se la grandezza di Magritte è stata quella di trasformare gli oggetti di tutti i giorni in simboli misteriosi, accostandoli in modo surreale, entrare nella sua quotidianità casalinga vuol dire entrare nel suo laboratorio artistico.

ll libro di ricette

Il primo e secondo piano della casa sono dedicati all'esposizione di documenti, opere e fotografie. C'è un paesaggio di campagna del giovane Magritte ancora ignaro delle avanguardie. Un libro di ricette aperto su una doppia pagina di tagli di carne rossa sembra una installazione surrealista. Magritte amava i piatti della tradizione belga e ha ironizzato sul carattere effimero della gloria rappresentandola come un blocco di burro accanto alle teste in marmo di Cristo e di Dante, vedi quadro in mostra (“L'éternité”, 1935). Tra gli oggetti quotidiani finiti sulla tela c'è la scala di legno (“La lecture défendue”, 1936), la finestra a ghigliottina da cui osservava il cielo ventoso delle Fiandre (“La clef des champs”, 1936), il camino dove ha immaginato di veder sbucare una locomotiva a vapore (“La duree pognardé”, 1938). Le prime due opere sono ai musei reali per la mostra.

La serra laboratorio

Magritte non semplificava l'interpretazione con i titoli, anzi la rendeva più misteriosa. Esempio classico “La fée ignorante”, La fata ignorante, sempre in mostra, ritratto di Anne-Marie Crowet, del 1956, quindi non dipinto in questa casa, da cui Ozpetek ha preso il titolo per un film. Non ha lavorato per il cinema come Dalì, autore, insieme a Buñuel, di “Un chien andalou”, se non come grafico e per “motivi alimentari”. Nella sezione dedicata ai manifesti, spicca un “Michel Strogoff”, pellicola tratta dal romanzo di Jules Verne. In fondo al piccolo cortile, si trova lo studio Dongo, una specie di serra dove Magritte si dedicava alla pubblicità, come per voler separare l'attività commerciale da quella puramente artistica che svolgeva in casa.

Il successo economico arriva con lo spostamento della capitale dell'arte da Parigi a New York. Magritte non legava troppo con il movimento surrealista parigino, dominato da André Breton e segnato da settarismi, scomuniche e conformismi al contrario. Si è trasferito a Parigi per tre anni, prima di abitare qui, ma si teneva a distanza dal movimento. Non viveva in una soffitta-atelier del centro, ma in una decorosa casetta dei sobborghi, non diversa da quella dove finirà in Belgio.

Convergenze e divergenze tra Dalì e Magritte
Gala incontra Dalì durante un lungo soggiorno a Cadaqués in compagnia del marito Paul Éluard, Magritte, Georgette e altri surrealisti. Quando è il momento di partire, lei resta con Dalì e non se ne separerà più per tutta la vita. Le due personalità non potrebbero essere più lontane fin dall'aspetto fisico: ordinario e malinconico Magritte, estroverso ed eccentrico Dalì, definito un “fanatico” da Freud, che lo aveva incontrato a Londra. Anche lo sfondo paesaggistico dei quadri riflette questa opposizione: per Dalì la costa arida di Cadaqués, con le rocce dal profilo ambiguo e i colori che sembrano sciogliersi nel caldo dell'estate mediterranea; per Magritte le mura domestiche di rue Esseghem e il cielo di Bruxelles dove piovono uomini con la bombetta e l'abito da impiegati. Eppure anche i punti di contatti sono molti, tra l'opera e la vita: animali esotici (leoni, elefanti, giraffe, rinoceronti), uova e altri simboli sulla tela, il rapporto difficile col padre nella vita.

Piadineria food truck gestita da due ragazze italiane “La dolce vita”

Tra cioccolata, birra, food truck e cucina spagnola
Una convergenza surreale tra Spagna e Belgio, si materializza per me quando arrivo in place du Châtelein. E' mercoledì sera e il mercato è aperto fino alle dieci. Ci sono bancarelle di prodotti artigianali che vendono cibo con tavoli per mangiare e bere. Dalla cucina thailandese alla paella, ma non mancano formaggi locali. Alcuni comprano il cibo e se piove lo portano nei locali della piazza dove ordinano vino o birra. La Bruxelles di oggi è una città colta, godereccia e molto aperta, più simile alla Spagna che all'Italia, di certo molto lontana dall'iconografia grigia del Belgio di una volta. Intorno al banco del pesce, una folla di persone si dedica agli ultimi sorsi della bottiglia prima che chiuda il mercato. Su un furgone giallo, un “food-truck” dove è scritto “Il sapore della dolce vita”, due ragazze italiane preparano le ultime piadine, prima di sbaraccare. L'atmosfera libera e alla buona di un mercatino dove si mangia e beve di sera tra le bancarelle ricorda la Spagna. Nell'hotel dove dormo, l'Nh Grand Sablon, in una piazza vicinissima ai musei reali e famosa per le gallerie antiquarie, ha appena aperto un ottimo ristorante spagnolo, la Hispania Brasserie, di Marcos Morán, che appartiene a una famiglia di chef asturiani ed è direttore gastronomico anche dell'Hispania di Londra. Alla Hispania Brasserie ho mangiato polipo con paprika e piparra, peperoncino dei Paesi baschi.

Dalì ha fatto diverse pubblicità televisive alimentari: da “Je suis fou du chocolat Lanvin” alla bellissima performance di body painting per l'Alcaseltzer su modella. Il cioccolato domina la scena gastronomica belga quanto la birra. In piazza Grand Sablon c'è la cioccolateria Wittamer e accanto la pasticceria che fa anche cucina salata, dove secondo alcuni si possono mangiare i migliori croissant della capitale, ma solo la mattina. Tutt'e due gli artisti hanno fatto pubblicità per la compagnia aerea nazionale. Ma Dalì aveva paura di volare e faceva la traversata in nave per andare negli Stati Uniti. Le distanze sono brevissime in Belgio e ci si può spostare ovunque in pochi minuti in treno.

Uno scorcio della Grande Place

La stazione surrealista
Bruxelles Central non sembra neanche una stazione perché i binari sono interrati e si trova praticamente sotto i musei reali. Ci arrivo dopo esser passato davanti a una monumento dedicato a Don Chisciotte e Sancho Panza che sembrano diretti alla conquista della Grande Place e un po' ricordano la coppia Dalì & Magritte. Anche gli artisti di strada hanno un tocco belga: un rom del Mar Nero suona “Bella ciao” davanti a una vetrina dei musei, con gadget magrittiani dietro le spalle; e Laurent, un tipo biondo dalla faccia avventurosa e vissuta, sfida i passanti a scacchi davanti all'ingresso della stazione. Immagino che eventuali sfidanti non potranno contare sui ritardi del treno.

Giochi a scacchi nei pressi della stazione

La mostra
Dalí & Magritte. Due icone surrealiste in dialogo, Musei Reali di Belle Arti, Bruxelles, fino al 2 febbraio 2020

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