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BTp contromano. In Ue titoli di Stato a tassi negativi, in Italia aumentano

I rendimenti dei BTp sono balzati di 43 centesimi in due giorni mentre tutti gli altri Paesi hanno il problema opposto, e cioè tassi troppo bassi. Ormai nel mondo ci sono circa 15mila miliardi di titoli di Stato con tassi nominali negativi. E circa 30mila miliardi con tassi reali negativi

di Morya Longo


Con la crisi di governo vola lo Spread, ma che cos’è

3' di lettura

Quello che più colpisce del veloce aumento dei tassi d’interesse dei titoli di Stato italiani è il contesto. Perché i rendimenti dei BTp, balzati di 43 centesimi in due giorni, volano proprio mentre tutti gli altri Paesi hanno il problema opposto: cioè tassi troppo bassi. Ormai nel mondo ci sono circa 15mila miliardi di titoli di Stato con tassi nominali negativi. E circa 30mila miliardi con tassi reali negativi. Nell’area euro il 62% dei titoli di Stato ha ormai rendimenti sotto zero. Due Paesi sono sotto zero fino alla scadenza settennale dei titoli di Stato, 4 fino a quella decennale, 2 fino a quella quindicennale e due addirittura fino a quella trentennale. Invece l’Italia balla da sola: da noi i rendimenti salgono. Nell’asta di ieri persino i BoT annuali sono tornati sopra lo zero. Come se, sui mercati, l’Italia stesse sotto una sua privatissima nuvoletta di Fantozzi: su tutti i titoli di Stato europei splende il sole, sui nostri piove.

LA SOLITUDINE DEI TASSI POSITIVI

Rendimenti dei titoli di Stato decennali dei Paesi Area euro. Dati in percentuale

LA SOLITUDINE DEI TASSI POSITIVI

L’effetto della crisi politica si può misurare anche così: con la differenza tra i rendimenti in Italia rispetto a quelli nel resto dell’area euro. Anche dimenticando i Bund tedeschi, lo spread con tutti gli altri Paesi è enorme. I nostri BTp decennali rendono l’1,82%, contro lo 0,24% spagnolo, il -0,26% francese, lo 0,29% portoghese, lo 0,02% irlandese. È vero che negli ultimi tempi i rendimenti sono scesi anche in Italia, ma sono calati molto meno che negli altri Paesi. E restano su livelli completamente diversi. Questo significa che l’Italia paga e pagherà tassi d’interesse maggiori rispetto a quelli che avrebbe pagato se i suoi titoli di Stato avessero seguito le sorti di tutti gli altri.

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Si potrebbe obiettare che nel mondo tanti altri Paesi hanno tassi simili a quelli italiani, a partire dagli Usa dove i Treasury decennali rendono l’1,70%. Ma confrontare i BTp con i Treasury Usa è fuorviante: negli Usa i tassi ufficiali della Fed sono al 2-2,25% mentre in Europa la Bce li ha tutt’ora a zero; negli Usa l’inflazione media annua attesa nei prossimi 10 anni è del 2% contro l’1,26% atteso in Europa; e soprattutto gli Usa hanno un’economia che cresce da un decennio, che giustifica tassi più elevati, mentre l’Europa ristagna. È normale che ci siano tassi di mercato diversi in Paesi che hanno cicli economici differenti. Quello che non è normale è che in un’unione monetaria, dove tutti i Paesi condividono la stessa banca centrale con gli stessi tassi ufficiali, ci siano differenze così abissali.

Puntare il dito sulla caduta del Governo è però sbagliato. Infatti non solo in Italia c’è una crisi politica. Anche la Spagna si trova in una situazione di impasse, con un Governo di minoranza e con possibili nuove elezioni all’orizzonte. Anche la Spagna l’anno scorso non è riuscita ad approvare la legge di Bilancio. Eppure nessun polverone c’è mai stato sui mercati. Perché in Spagna nessun partito ha mai messo in discussione il risanamento dei conti pubblici. In Italia invece sì. Questo è il punto: la turbolenza sui mercati non nasce per il possibile slittamento della manovra, ma per il fatto che - stando alla informazioni disponibili oggi - si prospetta in autunno la nascita di un Governo allergico alla disciplina di Bilancio e ai paletti europei. E, soprattutto, guidato da un partito notoriamente no-euro. Questo spaventa i mercati, perché chi presta euro all’Italia comprando i BTp non vuole che un giorno gli possano venire rimborsate lire svalutate.

Il mercato sa che Italexit è un rischio estremo, probabilmente non concreto. Proprio ieri Capital Economics, in un report, ha ricordato che gli ultimi sondaggi dimostrano che gli italiani sono sempre più a favore della permanenza nell’euro: lo erano al 61% lo scorso marzo, sono saliti al 65% a giugno. «Quindi - è la conclusione degli economisti di Capital Economics - la Lega ci penserà due volte prima di tornare a parlare di Mini-BoT». Questo è il motivo per cui le preoccupazioni sul mercato salgono, ma senza gli eccessi visti in passato. Gli investitori temono gesti estremi, però non li considerano davvero probabili. Ma il problema resta: solo il fatto che sul mercato se ne parli fa salire il rendimento dei nostri BTp. Solo questo basta a mantenere sull’Italia quella nuvoletta di Fantozzi, che rende gli spazi di manovra fiscale ancora più ristretti.

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