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BTp, perché il fondo sovrano russo non può comprare titoli di stato italiani

di Andrea Franceschi

Debito pubblico, i risparmi dei cittadini salveranno lo Stato?

2' di lettura

«I fondamentali dell’economia italiana sono solidi - ha dichiarato il presidente russo Vladimir Putin - non c’è nessuna remora politica a comprare titoli di Stato italiani da parte del nostro fondo sovrano».

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Ma qual è la potenza di fuoco finanziaria della Russia? Quanti BTp realisticamente può acquistare attraverso i suoi due principali fondi sovrani: il Russian direct investment fund e il National Welfare fund? Ma soprattutto: possono questi due soggetti comprare BTp?

Il Russian direct investment fund, che ha una dotazione di 10 miliardi di dollari, è di fatto un fondo di private equity che, si legge sul sito della società, si occupa di investire in aziende russe ed attrarre capitali esteri per sviluppare partnership. I titoli di Stato esteri insomma non sono proprio il suo “core business”. Altro discorso vale per il National Welfare fund. Costituito nel 2008 sull’esempio del fondo sovrano norvegese questo istituto si occupa di reinvestire parte dei ricavi derivanti dall’export di gas e petrolio allo scopo di «contribuire a sostenere il sistema pensionistico russo».

La sua strategia di investimento è stabilita per statuto e prevede che il fondo, il cui obiettivo è quello di «preservare il capitale in un’ottica di lungo periodo», possa impiegare le risorse a sua disposizione (circa 77 miliardi di dollari, il 4,9% del Pil russo) in vario modo: depositi bancari, azioni, quote di fondi, valute e ovviamente titoli di Stato stranieri. Su ognuna di queste classi di investimento tuttavia sono previsti vincoli piuttosto stretti. Nel caso dei bond stranieri ad esempio c’è un elenco preciso di Paesi che possono essere finanziati. C’è l’Austria; il Belgio; il Canada; la Danimarca; la Finlandia; la Francia; la Germania; il Lussemburgo; il Paesi Bassi; la Spagna; la Svezia; il Regno Unito e gli Stati Uniti.

Non c’è l’Italia. Perché? Per scoprirlo basta leggere il primo dei requisiti che i titoli di Stato esteri devono rispettare per poter essere acquistati dal fondo e che prevede una soglia minima di rating fissata ad AA- nella classificazione di Standard & Poor’s e Fitch o Aa3 nella classificazione di Moody’s. Soglia entro la quale non rientrano i BTp, recentemente declassati a Baa3 da Moody’s, a cui le altre due agenzie assegnano un merito di credito a BBB.

Lo statuto di un fondo non è una legge scritta nella pietra ma anche nel caso, improbabile, che si voglia concedere una deroga per i BTp, quante risorse verosimilmente potrebbe mobilitare? Considerando gli asset in gestione (77 miliardi di dollari) e il controvalore del debito pubblico italiano (2326 miliardi di euro) non molte. O per lo meno non in misura tale da influenzare l’andamento dello spread. Per dare un’idea delle proporzioni basti pensare che, se lo spread è salito molto quest’anno è anche perché gli investitori esteri, che hanno in mano il 30% del nostro debito, hanno ridotto la loro esposizione in BTp per ben 66 miliardi da maggio ad agosto. Una cifra che di fatto equivale all’intero bilancio del fondo sovrano russo.

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