titoli di stato

BTp: lo spread con i Piigs si è allargato, la Grecia incombe e i rendimenti dell’Italia non calano

di Morya Longo


Debito pubblico italiano insostenibile, come ai tempi di guerra

3' di lettura

Da gennaio 2019 la Bce ha smesso di comprare titoli di Stato dei Paesi europei. Già nel 2018 aveva ridotto gradualmente gli acquisti. Eppure, nonostante questo, tutti i titoli di Stato dei Paesi un tempo chiamati con l’acronimo Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) hanno registrato un calo dei rendimenti nell’ultimo anno. Tutti tranne uno: l’Italia.

I numeri parlano da soli. I titoli decennali della Spagna pagavano l’1,21% il 18 aprile del 2018, mentre ora il rendimento risulta sceso all’1,06%. Quelli del Portogallo sono calati, nello stesso periodo, dall’1,60% all’1,18%. Quelli dell’Irlanda dallo 0,92% allo 0,53%. Persino i decennali della Grecia sono scesi, passando dal 3,99% al 3,32%. I rendimenti dei BTp decennali italiani, invece, si sono mossi nella direzione opposta: erano all’1,72% un anno esatto fa (dopo le elezioni di marzo ma prima della formazione del Governo), sono al 2,59% ora.

SALGONO SOLO I RENDIMENTI DEI BTP

Tassi sui titoli di Stato decennali di Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda

È insomma evidente che ci sia una questione italiana sul mercato dei titoli di Stato. È vero che ultimamente i rendimenti sono scesi , rispetto ai picchi toccati a fine 2018. È vero che ultimamente gli investitori internazionali sono tornati a comprare BTp . Tutto vero: ma la fotografia che si scatta oggi mostra che l’Italia è l’unico Paese a pagare di più rispetto a un anno fa per collocare i titoli di Stato. La Bce ha finito il quantitative easing per tutti, ma solo noi soffriamo.

Il motivo è principalmente uno: il mercato sconta tutt’ora - nonostante le rassicurazioni del Governo - il rischio che l’Italia voglia un giorno uscire dall’euro. Questo fa paura agli investitori: chi ha prestato all’Italia euro, vuole vedersi restituire euro alla scadenza dei titoli di Stato. Non lire svalutate. Per cui anche il solo retropensiero che questo possa un giorno accadere pesa sui titoli di Stato: gli investitori sono portati per questo a chiedere rendimenti più elevati. È vero che il Governo smentisce alcuna intenzione di questo tipo. È vero che Italexit non è nel contratto di Governo. Ma è anche vero che il Governo stesso non perde occasione per attaccare l’Europa e per annunciare battaglia sulla legge di bilancio e sui parametri concordati con Bruxelles. «Se io parlo sempre male di mia moglie - osserva un investitore per far capire l’umore sui mercati - difficilmente troverò qualcuno disposto a scommettere sulla durata del mio matrimonio». Questo è il punto.

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Il mercato è insomma preoccupato che questa continua tensione tra Roma e Bruxelles prima o poi possa sfociare davvero in Italexit. Lo dimostrano i Cds, cioè quelle particolari “polizze” che servono per assicurare gli investitori sul rischio di default di ogni Paese. In Europa ne esistono di due tipi: una che assicura solo dal rischio di default e una che assicura anche dal rischio di uscita dall’euro. Ebbene: questa seconda “polizza” costa per chi si assicura dal rischio Italia 245 punti base, mentre la prima costa solo 156. Questo significa che chi vuole assicurare dal rischio Italexit un investimenti in BTp da 100 milioni di euro, deve pagare quasi un milione di “premio” in più rispetto a chi si copre dal solo rischio di default. Sia chiaro: il mercato non ha per forza ragione. Anzi. Spesso sbaglia. Ma anche se questa impressione fosse sbagliata, poco cambierebbe: ugualmente l’Italia è costretta a pagare interessi in più. Dire che il mercato si sbaglia (ammesso che si sbagli davvero) resta dunque una magra consolazione.

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