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Bulgari, effetto Cina sui conti A Roma il cuore dell’azienda

La Capitale con 55 orafi resta centrale per la produzione di prototipi e per l'alta gioielleria. Di Roberto: «Cerchiamo nuovi spazi, il marchio cresce. Pechino ha quasi compensato il calo Covid»

di Nicoletta Picchio

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Gioielli Bulgari e fasi di lavorazione

La Capitale con 55 orafi resta centrale per la produzione di prototipi e per l'alta gioielleria. Di Roberto: «Cerchiamo nuovi spazi, il marchio cresce. Pechino ha quasi compensato il calo Covid»


4' di lettura

Le foto delle dive, Liz Taylor, Sophia Loren e Gina Lollobrigida, in bianco e nero. Accanto, quelle dei gioielli, dove spicca il colore, tratto distintivo delle creazioni Bulgari. Pietre, preziosissime ma non solo. E poi il metallo, oro soprattutto, in tutte le sue sfumature, e platino. Quell’unione metallo e gemme, che è sempre stata l’unicità del marchio romano.

Balza tutto agli occhi in un attimo, entrando nel laboratorio appena fuori Roma, sulla via Aurelia. È il cuore della produzione dei gioielli Bulgari: 80 persone, 55 gli orafi, nelle stanze di una costruzione ad un solo piano. «Ci dobbiamo ampliare, stiamo cercando spazi nuovi, quasi un raddoppio», dice Mauro Di Roberto, direttore del settore gioielleria, una carriera di 40 anni dentro l’azienda. La ricerca si è già avviata, ma non è facile trovare il posto giusto: «servono 3-4mila metri quadrati, in un edificio che debba anche esaltare l’immagine del marchio, dove possiamo ricevere chi vuole acquistare».

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Sono clienti speciali quelli che anche adesso arrivano in via Aurelia, e che si punta ad aumentare: è qui che viene prodotta l’alta gioielleria, quelle creazioni da centinaia di migliaia di euro che piacciono all’alta società, italiana e soprattutto internazionale. Oggi rappresenta tra il 15 e il 18% della produzione Bulgari, ma dice di Mauro, è una quota che crescerà. Non bastano più i 55 orafi, ce ne vorranno 80 almeno. Sempre con l’aiuto dell'indotto romano, «alcuni orafi di grande tradizione, cui ricorriamo quando occorre e con cui abbiamo in rapporto consolidato da tempo».

Mauro Di Roberto, direttore del settore gioielleria, una carriera di 40 anni dentro l'azienda

Il grosso della produzione si realizza a Valenza, 750 persone, di cui 550 orafi. Da lì escono i gioielli che costano sotto i 50mila euro. Ma i prototipi arrivano da via Aurelia (circa il 5% dell’attività, il resto è l'alta gioielleria). La Capitale resta il cuore dell’azienda, con gli uffici, compresa la parte creativa, negli uffici del Lungotevere Marzio. Il marchio è in crescita: «abbiamo avuto un aumento molto importante, siamo andati meglio del mercato». Anche con il Covid il 2020 è andato meglio delle attese e per il 2021 il segno è positivo «anche se non raggiungeremo l’andamento del 2019, anno record».

Sono mancati i turisti stranieri, spiega Di Roberto, ma sono aumentati alcuni mercati locali, la Cina soprattutto. E questa tendenza è riuscita quasi a compensare l’effetto pandemia. Del resto è il cinese il cliente numero uno, racconta Di Roberto, insieme agli americani. «I clienti americani osano un po’ di più, tra i cinesi vendiamo più prodotti unisex, anche gli uomini mettono anelli e bracciali. E gioielli con il verde degli smeraldi».

I negozi sono in tutto il mondo, circa 300, di cui alcuni “tempio” nelle grandi capitali, solo in Cina sono 37. Non a caso la collezione Barocko, che è stata lanciata a metà settembre a Roma, ha avuto un secondo lancio proprio in Cina: pezzi unici, dai 400mila euro in su, che si ispirano al barocco romano, con le pietre cabochon che ricordano le cupole delle chiese. A giugno debutterà la prossima collezione, ne esce una all'anno. È già allo studio, ma Di Mauro non si sbilancia: «l’ispirazione sarà sempre Roma».

È nella Capitale che è stata fondata la gioielleria, più di cento anni fa, nel 1884. Azienda di famiglia, da generazioni, nel 2011 è stata acquisita dal gruppo LVMH. «La concorrenza in questo settore è quantomai agguerrita e lo sarà sempre di più. La famiglia ha intuito che bisognava crescere, molto». Con la quotazione in Borsa era stato fatto un passo, ma bisognava andare oltre. In dieci anni il marchio è cresciuto, in numeri e in immagine. «Nel lusso servono alti livelli di investimento, nel prodotto, nei negozi, nella comunicazione, fondamentale per arrivare al cliente». Rigorosa l'attenzione alla sostenibilità: non si acquistano gemme da paesi dove ci sono conflitti o dove si ricorre al lavoro minorile.

Marchio internazionale, ma con le radici ben ancorate sul territorio. E a Roma. Una scelta precisa, che la nuova proprietà vuole mantenere e rafforzare. Anche perché nella gioielleria, soprattutto in quella di fascia più alta, la tecnologia va di pari passi con il sapere artigianale. Prima di far uso della tecnologia, bisogna saper usare le mani, spiegano i tecnici del laboratorio.

E per formare un orafo ci vuole tempo: almeno 5 o 6 anni, per l’altissima gioielleria 7. Un lavoro di affiancamento tra gli esperti e i giovani, uno accanto all’altro nelle postazioni delle varie sale del laboratorio, divise tra la colatura del metallo, la creazione dei prototipi, il montaggio del gioiello. Qui arriva il disegno per essere studiato e realizzato, per un prodotto di alta gioielleria occorrono da 8 a 12 mesi. Prima c'è la modellazione in cera, poi si passa al gioiello vero e proprio. Basta un’inclinazione di pochi decimi per cambiare la luce di una pietra. Un mestiere difficile: «negli ultimi 25 anni nella Capitale e dintorni si sono persi molti laboratori». C’è quindi la ricerca di nuovi talenti, unita ad un impegno sul territorio, un valore da comunicare. A questo si lega la scelta di restaurare la scalinata di piazza di Spagna, i mosaici delle Terme di Caracalla, le statue della Collezione Torlonia e nel 2021, Covid permettendo, l'area sacra di Largo Argentina.

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