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Bund, bolla o non bolla? Scopriamolo con il confronto con Nasdaq e Bitcoin

Rialzi più contenuti per i prezzi dei titoli di Stato tedeschi. Ma è il mancato «ancoraggio» con i fondamentali economici e finanziari a spaventare gli analisti di M&G

di Maximilian Cellino

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3' di lettura

Rendimenti sottoterra, prezzi alle stelle, e forse ancora più su. Quando si guarda al +43% registrato negli ultimi 2 anni da un titolo obbligazionario come il Bund trentennale con scadenza 2048 (e non da un’azione quotata in Borsa) viene abbastanza naturale invocare l’idea di una «bolla» che si sta pericolosamente gonfiando e che potrebbe scoppiare da un momento fra le mani degli investitori. Non è detto però che il sospetto si trasformi necessariamente in realtà, e le discussioni sul tema, fra le classiche «cassandre» e gli inguaribili «ottimisti», si moltiplicano ogni giorno, neanche fossero chiacchiere sulle condizioni meteo in Gran Bretagna.

Paradossi a confronto
Prestare denaro a uno stato europeo dovendo pagare anziché ricevere interessi ormai in almeno due terzi dei casi (tanti sono i bond a tasso negativo nell’area euro) è già di per sé un paradosso tale da far riflettere e il fatto che questo fenomeno si protragga ormai da tempo, e anzi si stia allargando a macchia d’olio, non è certo una giustificazione sufficiente. Uno dei modi più immediati per valutare se si sia o meno in presenza una bolla è paragonare quest’anomalia ad altre che si sono verificate in un passato più o meno recente: folli corse dei prezzi che poi si sono però rivelate effimere fino a ritorcersi contro i malcapitati investitori dell’ultima ora, come quelle del Nasdaq nel 2000 o del Bitcoin negli scorsi due anni.

Alla ricerca di un ancoraggio
Qui però il confronto aiuta fino a un certo punto, perché la corsa del Bund appare nelle cifre certamente molto meno folle di quella del Nasdaq,che nello stesso lasso di tempo aveva quasi triplicato i prezzi (+270%), per non parlare addirittura del Bitcoin, in grado di moltiplicare quasi 50 volte il proprio valore. Ma la cosa non deve apparire necessariamente rassicurante, perché in fondo si tratta di asset decisamente differenti fra di loro. Ciò che importa è invece quanto questi prezzi siano distanti da un ipotetico fair value, quello che il Team Multi Asset di M&G Investments definisce «ancoraggio di valutazione» o, se preferite, un riferimento alla realtà economica.

L'ANCORAGGIO DEGLI UTILI

Indice Msci Usa It (settore tech) e utili registrati nei 12 mesi precedenti. Dati ribasati al 1 febbraio 1995 (Fonte: M&G su dati Datastream)

L'ANCORAGGIO DEGLI UTILI

«Nei mercati azionari il punto di ancoraggio dovrebbe essere correlato al percorso della generazione di utili a lungo termine», ricorda M&G, facendo notare come nel caso dei titoli tecnologici statunitensi il disallineamento sia stato evidente fra il 1999 e il 2000 e «la bolla tecnologica si sia rivelata un’aberrazione». Il caso del Bitcoin appare sotto questo aspetto ancora più estremo, dato che non esiste alcuni ancoraggio e i movimenti dei prezzi possono diventare ancora più estesi. La situazione è diversa per i titoli di Stato, dove l’ancoraggio è molto più forte: «Se questi titoli sono in gran parte privi di rischio di insolvenza, i rendimenti prevalenti dovrebbero essere molto vicini alle aspettative dei tassi, che sono una manifestazione della dinamica dell’economia reale», sostiene M&G.

Il comportamento dei prezzi e dei rendimenti delle obbligazioni è diventato la storia stessa piuttosto che un riflesso del contesto economico

In teoria per il Bund il fair value dovrebbe quindi essere più facile da valutare e il fatto che un rendimento sia basso o negativo non significa necessariamente che sia anche «sbagliato» o che si sia in presenza di una bolla. Qualcosa però secondo M&G è cambiato da aprile in poi e soprattutto nell’ultimo mese, quando «il comportamento dei prezzi delle obbligazioni (o dei rendimenti) è diventato la storia stessa piuttosto che un riflesso del contesto economico». In altre parole, sembra che gli investitori si stiano in qualche modo autoconvincendo della validità delle proprie decisioni facendo riferimento a una «nuova era» per spiegare i rendimenti negativi, proprio come quasi 20 anni fa parlavano di «new economy» per giustificare le valutazioni stellari di certi titoli azionari.

Sintomi pericolosi
A rafforzare i dubbi è l’atteggiamento stesso di chi prende le decisioni di investimento, che spesso in situazioni simili si comporta in modo automatico, all’inseguimento del rendimento, guidato dallo spirito di emulazione e al tempo stesso dalla paura di restar tagliato fuori dal rally di mercato. «Sufficienti segnali - avverte quindi M&G - suggeriscono che i recenti movimenti del mercato non si basano su una valutazione ponderata sul futuro livello dei tassi prevalenti a lungo termine, ma sull’influenza di una visione ristretta al breve termine e di massa, tipicamente umana». Se non è ancora una bolla vera e propria, i sintomi incominciano ad affiorare.

Riproduzione riservata ©
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    Maximilian CellinoRedattore

    Luogo: Milano

    Lingue parlate: italiano, inglese, tedesco

    Argomenti: Mercati finanziari, politiche monetarie, risparmio gestito, investimenti, fonti alternative di finanziamento, regolamento del sistema finanziario

    Premi: Premio State Street 2017 per il giornalista dell'anno - Categoria Innovazione

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