due ruote

Buon compleanno bicicletta. Oggi compie 200 anni

La lunga storia di un veicolo Enzo Ferrari definiva “la macchina perfetta”. Il racconto di Ernesto Colnago che con Ferrari inventò la prima bicicletta in carbonio

di Riccardo Barlaam


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7' di lettura

«La bicicletta è la macchina perfetta». Lo diceva Enzo Ferrari, perché ha in sé tutto. Non consuma. Non inquina. Non ha bisogno di benzina. E' un mezzo democratico, alla portata di tutti. Mette in relazione con le persone, con l'ambiente: quando si pedala non si è isolati in un abitacolo come in auto. Ernesto Colnago, uno dei padri della bici italiana invidiata in tutto il mondo, a 87 anni suonati continua ogni mattina dal suo stabilimento di Cambiago, alle porte di Milano, a ingegnarsi per trovare nuovi modi per innovare la bicicletta. Un oggetto che oggi compie duecento anni di vita.

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Ecco come nacque la prima bici a carbonio
Colnago sta alle bici da corsa, alla loro storia e all'evoluzione degli ultimi 50 anni proprio come Enzo Ferrari stava alla Formula Uno e alle auto sportive. Non molti lo ricordano, ma con il Drake, grazie alla amicizia tra due geni del made in Italy, nacque la prima bicicletta in carbonio. «Era il 1986. Mi davano del matto allora. Ma quanto tempo è passato?», racconta Colnago. «Con Ferrari e il Politecnico di Milano avevamo fatto uno studio durato quasi un anno per realizzare un tubo in carbonio che avesse la stessa resistenza dell'acciaio. Dopodiché siamo partiti con la prima bicicletta. Nessuno ci credeva».

Dopo le Parigi Roubaix “hanno copiato tutti”
«Dopo le Parigi Roubaix vinte da Franco Ballerini sulla C 40, una bici in carbonio di Colnago con la quale “Ballero”, il campione toscano della Mapei volava sul pavè a 40 all'ora hanno cambiato idea e ci hanno copiato tutti».

«Enzo Ferrari - ricorda Colnago - diceva che bicicletta è la macchina perfetta perché è efficiente, paragonando a quanti quintali pesa un'automobile che va a trecento all'ora con quanto pesa una bici da corsa oggi che porta un uomo di 80 chili e va a 80 all'ora in discesa…».

L’evoluzione della bicicletta è una faccenda che affonda nelle pagine dei libri di storia. «C'è sempre da migliorare. Più roba ci metti sopra e più è complicato e c'è da ingegnarsi per non perdere l'efficienza. Tutte le cose aggiunte, come l'elettronica di oggi, portano problemi e pesi. Ho dei corridori che rifiutano di usare i freni a disco perché pesano mezzo chilo in più».

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Il genio degli italiani nell'evoluzione delle bici
Tanta dell'evoluzione delle due ruote nel Novecento è stata scritta dagli italiani. Colnago oltre a creare la prima bici in carbonio (il ristoratore newyorchese delle star del Sistina e del Caravaggio Giuseppe Bruno mi ha raccontato che ne conserva tre tra i primi esemplari firmati) è stato anche il primo ad avere creato un freno a disco per le bici, con un'azienda di motocross bergamasca. «Il primo freno a disco lo presentammo alla Fiera di Taipei nel 2011». I produttori asiatici dove da qualche anno si è spostato il centro della produzione mondiale di bici compresero subito la portata di quella invenzione di Colnago, hanno sviluppato quel primo prototipo e ora, come è successo per il carbonio, hanno il monopolio del mercato. «Sì faranno i numeri ma la qualità è diversa. È come quando ti vendono tre camice su misura a 100 euro, che cosa vuoi pretendere di avere».

Tullio Campagnolo, pioniere dell’innovazione
Un altro pioniere dell'innovazione della bici del Novecento e della sua componentistica è Campagnolo. Tullio, il fondatore, dal retrobottega di un ferramenta nel 1930 inventò i primi mozzi a sgancio rapido per le bici da corsa e poi il primo cambio a bacchetta negli anni Quaranta: nel 1948 Gino Bartali vince il Tour de France – quello famoso dell'attentato a Togliatti e della guerra civile sventata – con il cambio a bacchetta Campagnolo Corsa 1001. Nel 1949 l'azienda vicentina lancia il primo cambio con la leva sul telaio usato da Fausto Coppi che nel 1950 ci vinse la Parigi Roubaix.

Quando il ciclismo diventa popolare
Nel dopoguerra il ciclismo diventa molto popolare ma sono gli anni dell'industrializzazione e del boom economico e con l'avvento della motorizzazione di massa la bici resta nelle cantine. L'auto diventa lo status symbol del progresso e della ricchezza. Negli anni Settanta c'è un ritorno alle vendite grazie allo straordinario successo della Graziella e di tutte le sue emuli. Ma è negli anni Novanta e soprattutto dal Duemila che il mercato della bicicletta è tornato a crescere grazie alla diffusione delle mountain bike, inventate da pazzi ciclisti californiani, e dai nuovi ciclisti urbani che hanno cominciato a riscoprire la bici per muoversi nelle città congestionate dal traffico.

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Bici oggetto dei desideri
La bici oggi è ritornata a essere un oggetto dei desideri, uno status symbol alla stregua delle automobili negli anni del boom economico e non passa inosservata per la strada come una bella donna. Il mercato è cresciuto enormemente grazie alle e-bike, alle folder bike e, ultime, alle gravel, ibride tra bici da corsa e mtb. Dal 2012 le vendite di biciclette nel mondo hanno superato quelle delle automobili, anche in Italia. Non succedeva dalla metà degli anni Sessanta.

La paternità della bici é attribuita a Leonardo
Ma l'origine della bicicletta si perde nella storia. La prima due ruote pare l'abbiano inventata gli antichi cinesi: nel 206 avanti Cristo costruirono un veicolo rudimentale con due ruote, in legno e bambù, sul quale ci si sedeva e si avanzava a spinta.

La paternità della bicicletta, come tante altre invenzioni, però viene attribuita a Leonardo da Vinci. Lo schizzo di velocipede ritrovato nel Codice Atlantico è datato 1493: il velocipede di Leonardo ha due ruote dello stesso diametro, una sella sull'asse posteriore e addirittura la catena e la moltiplica.

Il celerifero del conte Mede de Sivrac
Poi a fine Settecento venne il “Celerifero”, sorta di monopattino con due ruote creato dal conte Mede de Sivrac che si lanciava in corsa nei giardini del Palais Royal a Parigi attorno al 1790. Il conte de Sivrac non brevettò il suo cavallo di legno. E trovò sulla strada tanti imitatori che se ne attribuirono la paternità con il nome di “Velocifero”. Divenne popolare nella capitale francese in quello scorcio di fine secolo, con addirittura club sportivi e le prime gare organizzate sugli Champs-Élysées.

La draisina tedesca
Dalla Francia alla Germania. Nel 1815 l'eruzione del vulcano Tambora in Indonesia creò uno stravolgimento climatico che compromise i raccolti in Europa. Niente avena per i cavalli che non avevano di che mangiare e venivano lasciati morire. Quella crisi fu lo stimolo per il barone Karl von Drais, geniale ed eccentrico inventore del Baden-Wurttenberg, per creare una macchina da corsa, la “Draisina”. Una due ruote che correva grazie alle spinte alternate delle gambe sulla strada. Il 17 febbraio 1818 con il nome di “Laufmschine”, il barone von Drais brevettò la macchina da corsa su due ruote, alternativa al cavallo. La prima prova su strada avvenne il 12 giugno 1817; migliore prestazione: 14,5 chilometri orari.

I parigini la adottarono con il nome di “Draisienne”, che poi divenne “Velocipede”. Ma la bici di von Drais rimase un passatempo per gli aristocratici ricchi. In Inghilterra quel passatempo, il cavallo artificiale, ebbe maggiore fortuna. Fu ribattezzato dagli inglesi “hobbyhorse” o “dandyhorse”. Un produttore di carrozze, Dennis Johnson, nel 1819 riuscì a brevettarne una sua versione in ferro, e più avanti lanciò anche una “hobbyhorse” da donna.

Il primo velocipede Usa
Esattamente duecento anni fa, il 26 giugno 1819 a New York W. K. Clarkson registrò il primo brevetto per un “Velocipede” negli Stati Uniti. Un veicolo tutto in legno, con le due ruote uguali, una specie di proboscide all'indietro che faceva da manubrio, e la sella tra i due assi. Il brevetto di Clarkson non durò a lungo: andò in fumo con l'incendio dell'Ufficio Brevetti di New York nel 1836.

Nel 1863 spuntarono i primi pedali al Velocipede, aggiunti nelle officine parigine di Pierre Michaux. Una innovazione che fu a lungo dibattuta con un suo dipendente Pierre Lallement che se ne attribuì la paternità. Lallement si spostò nel Nuovo Mondo e nel 1866 in America registrò a suo nome il primo brevetto sui pedali con la denominazione “miglioramento dei velocipedi”. Due anni dopo, nel 1868, a New York i fratelli Hanlon cominciarono a produrre le prime bici a pedali di Lallement. Il giornale newyorchese dei costruttori di carrozze nel 1869 mostra le illustrazioni di questi strani attrezzi a due ruote con i pedali, spinti da uomini con il cilindro. La bicicletta alla fine dell'Ottocento popolava le strade e paesi negli Stati Uniti. Nel 1890 negli Stati Uniti si producevano un milione di biciclette all'anno. Chicago era il centro della produzione Americana con oltre 30 fabbriche che ne sfornavano migliaia di pezzi ogni giorno.

Il biciclo di Hillman e Starley
In Europa, nel 1869 gli inglesi William Hillman e James Starley inventarono il “Biciclo”, la bicicletta con l'enorme ruota anteriore su cui sedeva il ciclista e una seconda molto piccola dietro. Sempre in quegli anni, nel 1879, venne creata la prima bici con la trasmissione a catena da Harry John Lawson. E qualche anno dopo, nel 1885, arrivò anche la prima bici a motore, antesignana della motocicletta, creata da Gottlieb Daimler, l'industriale dell'auto padre dei motori a combustione interna. Altri pionieri dell'industria John Dunlop, Édouard Michelin e Giovanni Battista Pirelli contribuirono a migliorare le prestazioni delle prime bici e anche la comodità con le prime gomme piene, poi con i tubolari cuciti e le camere d'aria e i copertoni.

Le corse, dal Tour de France al Giro d'Italia
Poi vennero le corse. Il Tour de France e il Giro d'Italia, le strade bianche, la polvere e uno sport epico di fatica e di gloria, di foto ingiallite e di biglie colorate con i campioni, di pagine di letteratura sui giornali sportivi e “dei francesi che si incazzano perché vince Bartali”. Di doping antesignano fatto da 36 uova ingurgitate. Di Maglie Nere che si nascondevano nelle trattorie e nei pagliai per conquistare il primato dell'ultimo arrivato. Della Dama Bianca che aspettava Coppi all'arrivo del Giro scandalizzando i benpensanti. Di Fiorenzo Magni che teneva il manubrio con un laccio in bocca con le ossa rotte pur di finire il Giro. Del primo vincitore del Giro d'Italia Luigi Ganna, che dopo la conquista della Maglia Rosa a Milano, intervistato a caldo da un giornalista che gli chiedeva come si sentisse dopo la vittoria, confidò in dialetto lombardo: «Me brusa el cul!».

Mille e mille altre storie. Il lungo viaggio insomma di un oggetto che nell'immaginario di tutti rappresenta il momento in cui dall'infanzia si diventa “grandi”. Quando si è capaci di andare da soli, senza le rotelle. Come nella vita. Sia che si pedali in pianura o in discesa. Sia, come capita talvolta, in salita.

Buon compleanno bicicletta!

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