Lo spettatore

Buon Natale alla faccia di chi lo voleva cancellare

La lingua ha sempre caratteri di storicità: è legata a un luogo, a un tempo, ad una comunità di individui

di Natalino Irti

(MM Studio - stock.adobe.com)

2' di lettura

Lo zelo impiegatizio, ebbro di mitologia europea, ha proposto di abrogare il “Buon Natale”, e di sostituire “periodo natalizio” con “periodo di vacanza”. L’episodio è di sconcertante gravità.

C’è, in primo luogo, la idea (ma sembra di sciupare questa parola), che la lingua sia un “manufatto”, una qualsiasi merce producibile con “direttive” o “regolamenti” europei. E che, come si dettano regole per confetture domestiche o generi alimentari, del pari le lingue possano ridursi a tipi rigidi, fruibili da tutti e in qualsiasi luogo del mondo.

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Ma la lingua - che non sia nomenclatura tecnica - ha sempre caratteri di storicità: è legata a un luogo, a un tempo, ad una comunità di individui. I quali, nel loro reciproco parlare e intendersi, attingono alla comune dotazione linguistica. Allo stesso canone di storicità si riconducono frasi augurali e saluti del calendario festivo. La pretesa di piena “inclusività” di lingue e costumi dialogici ha uno sfondo di frigida insensibilità storica e di totale rifiuto del passato. Così, il “Buon Natale'”ha radici profonde nella spiritualità europea, espressa nel tempo attraverso opere di ingegno e di fantasia. È un saluto augurale denso di passato comune, che stringe insieme gli uomini e li fa partecipi di uno stesso patrimonio culturale. Qui non è problema di laicità, o di professione di fede religiosa, ma soltanto di appartenenza storica, quale si è definita e consolidata nel corso dei secoli. La negazione del passato non rientra tra i poteri della burocrazia europea, che non ha “competenza” (in molteplici sensi) di cancellare la storia delle arti e della poesia.

Nella proposta di adottare “periodo di vacanza” non vibra la gioiosa attesa di un evento, che ha segnato di per sé la storia del mondo, ma la banale antitesi fra il tempo del lavoro e il tempo “libero”. Che è, a ben vedere, un giudizio severo sul lavoro, sul tempo vissuto dall’uomo nel costruire la propria vita terrena. La “vacanza”, posta in antitesi al lavoro, evoca il puro vuoto, uno spazio da riempire in qualche modo e da trascorrere in “libertà”. Quasi che l’autenticità dell’esistenza non si esprima nel lavoro e nelle opere dovute alla umana fatica. Le due proposte, da cui ha preso spunto questa amara e desolata riflessione, rivelano, non tanto la “ignoranza attiva” già denunciata da Goethe, quanto l’aridità di una concezione a-storica della lingua e dei costumi umani.

A-storica, poiché ignora l’essenza delle lingue, nelle quali si depongono il passato di popoli interi, loro fedi religiose e vicende politiche, loro filosofie e credenze. Quella proposta non “include” nessuno, ma “esclude” tutti, poiché “tutti” non è l'algida omogeneità delle merci o del danaro, ma la unità della molteplice storia umana, varia per i singoli cammini, e forte proprio di una infinita mutevolezza.

Le proposte “natalizie” non hanno reso un buon servigio alla serietà delle decisioni europee ed alla fisionomia culturale dell'Unione. Lo Spettatore continuerà a usare, con animo lieto, le antiche forme di saluto augurale.

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