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Buone notizie: non ci sono più i ventenni di una volta

I ragazzi di oggi non approfondiscono! Forse. Eppure sanno creare nuovi immaginari artistici e letterari che si adattano benissimo alla complessa rete della contemporaneità: abituati a viaggiare rapidamente su molte superfici, selezionano, scartano e assemblano contenuti di ambiti molto diversi con istinto sicuro e risultati sorprendenti

di Federica Manzon

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I ragazzi di oggi non approfondiscono! Forse. Eppure sanno creare nuovi immaginari artistici e letterari che si adattano benissimo alla complessa rete della contemporaneità: abituati a viaggiare rapidamente su molte superfici, selezionano, scartano e assemblano contenuti di ambiti molto diversi con istinto sicuro e risultati sorprendenti


3' di lettura

I ragazzi e le ragazze non leggono, non vanno al cinema, non sanno approfondire, per non parlare poi della cultura generale, non saprebbero mettere l'Uzbekistan nella cartina geografica e Caravaggio chi lo studia più! Così dicono gli ottantenni in pensione ma ancora alla guida di quasi ogni luogo di lavoro, così ripetono i sessantenni che presidiano bene le loro poltrone: tutti allo stesso modo impegnati a scuotere la testa davanti alla barbarie che avanza. Provando però a immergerci in quest'orda di barbari nati alla fine del secolo scorso o all'inizio del nuovo millennio, ci si accorge che la situazione è più interessante del previsto. Si respira un'aria tonificante e insieme difficile da interpretare per una generazione cresciuta in un mondo dai confini e dalle dinamiche molto più leggibili.
Lavorando con studenti tra i diciotto e i venticinque anni, mi è capitato spesso di notare un'incontrovertibile verità: gli aspiranti romanzieri leggono pochi romanzi, gli aspiranti registi di rado entrano in un cinema, e senza dubbio non c'è nessuna necessità di memorizzare informazioni generali che si possono trovare sul telefonino senza sforzo e con vastità imbattibile.

Eppure quando mi trovo a lavorare con persone al di sotto dei trent'anni accade sempre una cosa strana: davanti a loro il mio ego, che ha letto molti libri e va spesso al cinema, si trova spiazzato, preso in contropiede da un modo di relazionarsi al sapere che non so decodificare, che si muove in direzioni e con velocità molto differenti da quelle a cui sono abituata. Mi chiedo allora se non sia necessario ruotare la nostra prospettiva di 180 gradi perché forse è giunto il momento, proprio come accadde con le teorie geocentriche, di abbandonare il vecchio e sicuro sistema di pensiero (con al centro, come metro e autorità, i sessantenni) a favore di un paradigma nuovo. La cosa potrebbe interessarci più di quello che pensiamo. E forse, se il futuro che ci attende ci appare catastrofico, è semplicemente perché lo leggiamo con categorie obsolete.

Mi è capitato di osservare, in contesti diversi, poco più che ventenni chiamati a ideare in meno di 24 ore contenuti editoriali, progetti di start-up, idee per format creativi del tutto nuovi. Cosa mi stupisce? La naturalezza con cui, in pochissimo tempo, ognuno di loro riesce ad aggregare contenuti di ambiti molto diversi in modo sensato e innovativo: selezionano, scartano, assemblano con un istinto rapido e preciso, sanno costruire una gerarchia tra le informazioni più disparate e disordinate. Ogni volta mi colpisce la facilità e la sicurezza con cui evitano i vecchi luoghi comuni considerati inamovibili e immettono nuovi immaginari mescolando gli spunti più disparati.

I risultati? Molto lontani da quello che pensiamo. Il cambiamento climatico, ad esempio, non è visto come una minaccia oscura troppo grande per essere evitata, ma come un fattore che va combattuto e allo stesso tempo assimilato, cambiando i nostri stili di vita senza farne drammi. Non perdono tempo a giudicare i social come causa della retrocessione a uno stato cultural-relazionale da larve, ma li usano come strumenti per costruire i rapporti tra le persone in un modo diverso, in cui i sentimenti circolano in paradigmi del tutto nuovi. E se i social non funzionano, pensano a come modificarli più che eliminarli. In tutti i casi, mi sembra che i nuovi costruttori di futuro siano naturalmente più sensibili alle questioni dell'esclusione, della discriminazione, delle disuguaglianze. E il loro viaggiare rapidamente su molte superfici (sì, sono in genere meno portati al pensiero approfondito) li aiuta a essere aperti a trasformare i propri comportamenti, a rinunciare a delle conquiste per averne altre, e insieme li fornisce di una capacità di trovare soluzioni che si adattano meglio alla complessa rete della contemporaneità.

Il tempo stringe, dobbiamo allora decidere se continueremo a leggere il futuro con gli occhi di una generazione al tramonto oppure se siamo disposti a passare il testimone a chi ha gli anticorpi e le attitudini giuste per stare in questo presente elaborandolo, modificandolo, guardando avanti senza culto del vintage e della nostalgia. Forse allora le luci non saranno più così buie. Ma senza dubbio è un gesto che ci terrorizza.

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